Appena fuori dalla finestra del mio studio c’è una matassa di fili: ne ho viste a Beirut e a Bagdad, ma qui siamo a Crema (Cremona). La scatola di diramazione da cui entra il collegamento internet non ha il coperchio: quando piove, sono dolori. La fibra ottica? Dovrà passare da lì, perché nel centro storico c’è «pavimentazione di pregio». In campagna hanno sbagliato a mappare i numeri civici, e la fibra — che c’è — al servizio commerciale non risulta. Al mare, in Gallura, la fibra è arrivata: peccato si fermi a trenta metri da casa. Ci vorrà tempo per altri scavi (pare siano finiti i fondi). Chiama una gentile operatrice del 187: va bene il collegamento misto-rame? Non mi lamento: provo a ragionare. In alcuni luoghi d’Italia la fibra è arrivata trionfante, altrove siamo nelle condizioni che ho descritto. Con la connessione ultraveloce non si guarda soltanto Netflix: si lavora. Se non c’è, diventa tutto più lento. In qualche caso, impossibile.

La crescita economica italiana, negli ultimi trent’anni, è stata irrisoria: tra 196 Stati del mondo, siamo nelle ultime posizioni. In questo periodo abbiamo visto passare governi d’ogni colore: siamo di fronte, quindi, a un problema di sistema. Cos’altro è accaduto, a partire dalla metà degli anni Novanta? È arrivata Internet. Forse non è una coincidenza. In ogni passaggio, siamo stati lenti. Nel 1995, quando sono entrato al «Corriere», in Italia c’erano 150.000 indirizzi di posta elettronica. Dal 2000 abbiamo posto assurde barriere alla diffusione del wi-fi. Nel 2005 abbiamo festeggiato la rete 3G e la tecnologia UMTS, per poi accorgerci che non arrivava dappertutto. Nel 2010 combattevano battaglie campali per l’ADSL (introdotto dieci anni prima). Nel 2015 le connessioni veloci erano un lusso per pochi: nelle zone rurali e periferiche la connettività era quasi assente.