Pene più pesanti per 3 imputati e un’assoluzione da ribaltare in condanna, per sei imputati giudicati con rito abbreviato nell’ambito dell’inchiesta Ergon (LEGGI), che ruota attorno alla gestione illecita dei supermercati Paoletti nel Catanzarese. La Procura di Catanzaro ha ritenuto illogiche le motivazioni con cui il gup il 17 novembre 2025 pur condannando l’imprenditore Paolo Paoletti, il direttore del punto vendita Vittorio Fusto, l’addetta alla contabilità aziendale Tiziana Nisticò, li ha “graziati” da singoli capi di imputazione, così come ritiene contraddittoria l’assoluzione di Rosario Paoletti Martinez, socio della Paoletti spa e cugino di Paolo. Perché? Due pesi e due misure nel valutare le prove in presenza di casi simili.

“Le illogicità del gup: decisioni diverse in situazioni analoghe”

Il gup nelle motivazioni (LEGGI) non ha mancato nel definire Vittorio Fusto un autentico caporale, braccio destro di Paoletti, colui che partecipa alle assunzioni con accordi illeciti e ne cura l’esecuzione, vigilando sulle ore lavorate, pretendendone a volte anche di ulteriori oltre alle 50 di prassi, maltrattando i lavoratori dinanzi a terzi, arrivando ad inventare che i certificati medici redatti fuori regione non sono validi pur di perseguire le logiche criminali di sfruttamento. Il giudice ha anche colto nel segno, per la Procura, nel definirlo il collaboratore di fiducia che redarguisce i lavoratori infortunati minacciandoli di accusarli a Paoletti se avessero dichiarato l’infortunio sul lavoro, imponendo loro mansioni inferiori e dequalificanti, esercitando il controllo in modo da garantire la costante permanenza del timore della perdita del posto di lavoro, minacciando licenziamenti o comunque mancati rinnovi contrattuali alla scadenza del rapporto di lavoro. La falle è un’altra: l’adozione di decisioni diverse a parità di situazioni. Fusto condannato per altri capi analoghi, viene assolto per lo sfruttamento di un lavoratore sul presupposto dell’inesistenza del concorso dello stesso imputato e della Nisticò, in antitesi con quanto affermato dallo stesso lavoratore e riportato dal gup testualmente in sentenza quando a domanda il dipendente risponde: “le direttive in merito a turni di lavoro o permessi, le prendevo dai direttori che negli anni si sono avvicendati, in particolare Vittorio Fusto e Paolo Giordano”. Risulterebbe assurdo, a giudizio del pubblico ministero, ritenere che, “nello stesso contesto spazio- temporale e in presenza del medesimo ruolo associativo e aziendale, in cui viene chiesto da Poletti di operare da caporale per tutto il punto vendita, per alcuni dei lavoratori sottoposti alla sua direzione oppressiva vi è compartecipazione allo sfruttamento e per altri no”.