Il caso

Stefano Giordano

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Marco Travaglio, da Lilli Gruber, ha annunciato che il Fatto Quotidiano intende querelare la Procura Generale di Milano. Il motivo? La Procuratrice Francesca Nanni ha riferito al Ministro e al Quirinale che i fatti pubblicati dal suo giornale sul caso Minetti «non corrispondono al vero». Un comunicato istituzionale dovuto, redatto nell’esercizio di una funzione pubblica, è diventato, nell’architettura mentale di Travaglio, un atto diffamatorio. Coraggio, senza dubbio. Del tipo che i romani chiamavano audacia: quella di chi non ha più nulla da perdere.

Ricapitoliamo. Il Fatto aveva costruito un teorema in cinquanta articoli: Minetti ai festini con droga e sesso in Uruguay, l’adozione del figlio irregolare, la grazia ottenuta con un raggiro ai danni del Quirinale. Le fonti? Una massaggiatrice, prima anonima e poi — dopo che lo scoop era già uscito — con nome. A completare il quadro ci aveva pensato Ranucci, che a È Sempre Cartabianca aveva alzato ulteriormente il tiro: «Una fonte ci ha detto di aver visto il ministro Nordio nel ranch di Cipriani in Uruguay». Annunciando, con il cipiglio di chi sta per svelare il Watergate, che stavano «verificando». Il giornalismo performativo ha inventato un nuovo genere: la notizia in gerundio. Non la si verifica prima di darla — la si dà mentre si finge di verificarla, sapendo che la smentita avrà un decimo della platea.