«Camilla è il mio miracolo». Non riesce a nascondere l’emozione, Nadia Iacomino, mentre stringe tra le braccia la bambina che è venuta al mondo dopo nove mesi trascorsi con la paura di non farcela. Una storia a lieto fine il cui epilogo era tutt’altro che scontato: «Se oggi sono qui con mia figlia, lo devo a una straordinaria catena di solidarietà, a un donatore di sangue che vorrei conoscere e abbracciare e alla grande professionalità dei medici dell’Ospedale del Mare che mi hanno assistito con estrema serietà, professionalità e sicurezza. E mai smetterò di ringraziarli».
La storia di questo miracolo inizia, nove mesi fa, con una gravidanza a rischio. Nadia ha 44 anni e un’altra bambina di dieci: «Io e mio marito abbiamo tanto desiderato avere un secondo figlio ma non è arrivato e quando è successo, ho avuto un aborto», racconta. «Poi ho scoperto di essere di nuovo incinta. Ma fin dal primo momento è stato chiaro che non sarebbe stato semplice». Un esame del sangue ha fatto emergere una verità drammatica: durante la prima gravidanza Nadia aveva sviluppato una immunizzazione sanguigna che le aveva fatto generare un anticorpo Anti-Lan. Un particolare importantissimo che durante l’ultima gestazione (quella di Camilla) avrebbe potuto attaccare e mettere a repentaglio il feto. È in questo periodo, poi, che Nadia scopre di avere un gruppo LAN negativo mentre il 99,9 % della popolazione ha il LAN positivo: significa che, in caso di trasfusione, solo l’1 per cento può avere un sangue compatibile con il suo. Un caso rarissimo. «I medici», spiega Nadia, «mi hanno detto che il mio corpo non riconosceva la gravidanza. Da lì è cominciato quello che definisco il mio travaglio pre-parto durato nove mesi. Una sofferenza non solo fisica ma soprattutto psicologica e morale. Ad ogni ecografia mi chiedevano: la senti la bambina? Si muove? Ogni volta che mi appoggiavano la sonda sulla pancia potevo solo pregare e affidarmi a Dio». Il calvario Un dolore che è diventato calvario quando è stato necessario capire quale anticorpo generasse il problema: «Abbiamo fatto il giro di otto centri analisi della Campania senza venirne a capo. Poi abbiamo deciso di chiedere aiuto al centro trasfusionale dell'ospedale San Camillo di Roma dove un grande staff di ematologia guidato dalla dottoressa Matteocci, è riuscito a dare un nome a questa complicazione e identificare l'anticorpo». Ma con la diagnosi arriva anche un’altra verità. Gli specialisti di Roma, infatti, avevano segnalato che in caso di emorragia post parto era necessario trasfondere la donna con sangue dello stesso tipo. Ma la disponibilità di un gruppo così raro non era scontata: solo a Milano c’era un’unica sacca congelata dieci anni prima. «Nel referto», ricorda Nadia, «c’era quella frase che ha spaventato tutti i medici che mi avevano tenuto in cura fino a quel momento. Il ginecologo mi ha consigliato di rivolgermi a un centro ospedaliero specializzato. È stato a quel punto che ho deciso di rivolgermi all’Ospedale del Mare. A un mese dal parto, ero disperata ma sono stata accolta con un’attenzione e una professionalità che non mi aspettavo. Ho incontrato la dottoressa Rossella Fabbricini con lo staff del trasfusionale e il dottore Pietropaolo, responsabile delle gravidanze a rischio: in venti giorni mi hanno risolto il problema. Prima mi hanno curato una forte anemia e poi, in collaborazione con il San Camillo, mi hanno restituito speranza e fiducia. Sono stati loro a contattare l’unica persona che potesse donarmi una sacca di sangue fresco e a farla arrivare fino a Napoli». Una svolta che ha fatto gioire tutto il reparto: «La sacca è partita in ambulanza ed è arrivata a Napoli domenica 24 maggio. Il giorno dopo mi hanno fatto un cesareo: dentro e fuori la sala parto c’erano il direttore sanitario, dirigenti, primari, pediatri, anestesisti, ematologi e tutto lo staff selezionato per farmi partorire ed essere pronti ad ogni evenienza. Quindici persone coordinate dal primario Affinito e dal dottore Pietropaolo. Non smetterò mai di ringraziarli». Una storia a lieto fine anche grazie al donatore: «Ho saputo che si chiama Isacco», conclude Nadia. «Mi piacerebbe incontrarlo. Per chi è credente, Isacco era un profeta della Bibbia, protettore della nascita e della famiglia. A dimostrazione che quando Dio inizia i suoi disegni, sa anche come finirli».






