di

Andrea Carandini

Riflessioni sull’individuo e sul progresso, a partire da un saggio di Umberto Galimberti pubblicato da Feltrinelli

La tecnica — nel passato limitata, poi bilanciata dalle scienze umane e ormai infinitizzata — pare adesso priva di scopo e al tempo stesso scopo degli scopi, avendo divinizzato efficienza, e performance rispetto alla realtà concreta. Pare, perché non è riuscita ad annientare passioni come possesso e denaro.

La tecno-scienza si configura nell’astrazione come un mondo contrapposto al naturale e allo storico. Infatti funzionalità e produttività non riescono a colonizzare la sfera umana degli affetti — l’inconscio inesorabile perdura! — che nessun apparato arriva a soddisfare generando profonde infelicità: troppi adolescenti si negano alla vita! Se è vero in teoria che scienza e tecnica servono ormai a realizzare ogni fine, i conoscitori del Sapiens, archeologi, storici e psicologi, osservano che ciò non è vero: non vi è funzione tecnica che possa equivalere a uno sguardo, un profumo, una carezza, un bacio e che possa regalare il piacere culturale perdurante connesso alla commedia umana di tutti i tempi e luoghi. Manca alla tecno-scienza il sorprendente della storia e della psiche, che di ogni evento e individuo fa altrettanti universi mossi da polarizzazioni opposte e abbracciate, tra la calda e infinita confusione e la limitata e fredda ragione.