Dobbiamo essere seri, dobbiamo essere «realistici». Lo ha detto venerdì 5 giugno il ministro Esteri iraniano, Abbas Araghchi, archiviando la possibilità di un incontro prossimo e imminente fra la guida suprema, Mojtaba Khamenei, e il presidente statunitense Donald Trump.

A ventilare l’ipotesi era stato lo stesso tycoon, i cui annunci mirabolanti e ripetitivi si sono rivelati di nuovo quel che sono: annunci destinati a restare tali. Emerge dalla logica dei fatti che si dipanano sul terreno che la guerra del Golfo continua, cambia forma ma non si spegne mai, procede per focolai. Esterni ed interni. Ormai, l’Iran, sulle pagine di certi quotidiani americani lo chiamano «il Vietnam di Trump». Consuma risorse, credibilità, attenzione e miliardi di dollari americani mentre le urne di midterm si avvicinano.

Netanyahu e Hezbollah vogliono la guerra eterna: «Non votiamo la tregua»

Mentre ogni giorno la guerra scorre nella sua ormai consueta liturgia di botta e risposta, attacchi e rappresaglie, gli unici, pochi segnali incoraggianti arrivano dall’Aiea e da Al Arabiya. Secondo l’emittente araba, Teheran ha manifestato disponibilità ai mediatori pakistani a trasferire parte delle proprie scorte di uranio a un paese terzo, ma è un’apertura subordinata a una contropartita precisa: lo sblocco dei beni iraniani congelati (concessione su cui Washington continua a mostrarsi riluttante).