Lontano dai riflettori e dalle aule giudiziarie, in una stanza di Gissi, in provincia di Chieti, si scrive il nuovo e delicato capitolo della vicenda della cosiddetta “famiglia nel bosco”.

Qui Catherine Birmingham ha ripreso a vedere i suoi tre figli all’interno di uno spazio neutro, tappa cruciale in una storia giudiziaria e umana che da mesi divide l’opinione pubblica.

Dopo quattro settimane dall’avvio di questa modalità, la frequenza dei contatti appare tutt’altro che sporadica: la madre ha diritto a un incontro in presenza ogni sette giorni e a due videochiamate settimanali.

Non è un ritorno alla quotidianità domestica, ma un segnale nitido: il legame tra la donna e i bambini — una figlia maggiore e due gemellini — è ritenuto un bene da salvaguardare, seppur entro confini fissati con rigore dall’autorità giudiziaria.

Le radici della vicenda affondano a Palmoli, dove Birmingham e il compagno, l’anglo-australiano Nathan Trevallion, avevano scelto di crescere i piccoli in un casolare isolato, immersi nella natura e lontani dalla socialità tradizionale. L’intervento delle autorità, avviato nell’autunno del 2024, ha condotto il 20 novembre 2025 al collocamento dei tre minori in una casa famiglia.