Si chiama lock-in, ed è, secondo gli addetti ai lavori, il vero nodo da sciogliere: situazioni in cui cambiare piattaforma o fornitore diventa tecnicamente o economicamente proibitivo, trasformando la dipendenza in un vincolo permanente. «Non basta fare i data center nel proprio Paese per proteggere i dati, se poi le logiche applicative e di gestione di questi dati arrivano dall’estero», dice Pietro Pacini, direttore generale del Csi Piemonte, consorzio di enti pubblici che gestisce un’infrastruttura da circa 15mila server e un cloud open source utilizzato da oltre 500 pubbliche amministrazioni.

Proprio la Pa, con la sua enorme mole di dati sensibili, è la prima interessata ai rischi della dipendenza tecnologica. Basta pensare a un ospedale lombardo con dati e server fisicamente conservati in Lombardia: se la piattaforma software utilizzata è Microsoft allora gli algoritmi, la logica e i sistemi che decidono come elaborare quei dati restano sotto controllo statunitense. «Per essere davvero indipendenti - spiega Pacini - bisogna separare il livello delle infrastrutture da quello delle piattaforme, manere dati e macchine sotto il proprio controllo e ricorrere ai modelli di Ai Llm solo per le elaborazioni, senza trasferire all’esterno dati o basi informative sensibili, così da evitare situazioni di lock-in».