Quando Giulia si è fatta male alla caviglia, ha pensato subito che sarebbe stata una cosa semplice da gestire. Una distorsione, qualche giorno di riposo, forse un tutore. Viveva da sola con Leo, un giovane cane meticcio adottato pochi mesi prima, pieno di energia e abituato ormai ai suoi ritmi quotidiani. Il problema non è stato tanto il dolore, quanto tutto ciò che improvvisamente era diventato difficile: uscire per la passeggiata mattutina, scendere le scale del palazzo senza far male, portarlo fuori tre volte al giorno con stampelle e equilibrio precario.

Nei primi giorni Giulia ha cercato di arrangiarsi. Uscite brevissime, orari modificati, qualche aiuto saltuario di un’amica. Ma quando il medico le ha detto che avrebbe dovuto ridurre al minimo gli sforzi per almeno due settimane, si è reso conto che non aveva un vero piano B. I vicini erano disponibili “in teoria”, gli amici lavoravano tutti fuori città, la famiglia era lontana. Leo intanto diventava irrequieto, frustrato, più difficile da gestire proprio mentre lei era meno in grado di occuparsene.

È stato in quel momento che Giulia si è fatto una domanda che non aveva mai considerato davvero prima: se domani non potessi prendermi cura di Leo, chi lo farebbe al posto mio?