Dopo il monumentale e affabulante romanzo Ti ho vista ieri e il lavoro teatrale accanto a Marco Paolini, Patrizia Laquidara pubblica l'album Flòrula, un progetto che parla il linguaggio del presente senza rinunciare alla complessità e torna alla musica come a una casa viva: un luogo in cui la storia personale smette di essere biografia e diventa racconto condiviso. Flòrula germoglia dal lessico botanico e indica l’insieme delle specie vegetali che abitano un territorio. Nella poetica di Patrizia Laquidara diventa metafora di un ecosistema umano ed emotivo fatto di presenze minute e resistenti: genealogie, voci femminili, relazioni e comunità che convivono e si trasformano. Ogni canzone è un frammento necessario, niente è ornamentale, tutto è vivo. È un disco fatto di memorie personali e corali, l’infanzia come spazio originario e inesauribile, i viaggi, le storie familiari, un’Italia condivisa, che si aprono a un’idea di comunità più ampia, inclusiva, mai chiusa nell’io, ma soprattutto al desiderio di allargare lo sguardo, di non restare soli, di costruire un’idea di mondo in cui nessuno è escluso.
Patrizia il tuo album Flòrula è prima di tutto un progetto collettivo, un ecosistema fatto di umanità che si frequenta: come è nato questo viaggio e come ci hai lavorato?







