Sono giorni di grande incertezza e di paura a Beirut e in tutto il Libano dopo l’escalation degli attacchi israeliani: “Uccidono bambini, civili, donne, bombardano senza preavviso chiese, moschee. Stanno distruggendo tutto”.

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Sono giorni di grande incertezza e di paura a Beirut e in tutto il Libano. L’escalation israeliana, cominciata la settimana scorsa, ha fatto precipitare il paese in una nuova fase della guerra ancora più drammatica e violenta. Prima fra tutte, c'è la crisi umanitaria. Oltre un milione gli sfollati interni su una popolazione di circa 5 milioni, in un paese di appena 10 chilometri quadrati. Il governo, le ong locali e internazionali che fino a questo momento hanno provato a fatica a dare una risposta efficiente adesso ammettono di non riuscire più a far fronte a una crisi più grande di loro. I tagli dell’80% imposti dal presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, al terzo settore nel giorno del suo insediamento alla Casa Bianca il 20 gennaio 2025 sono diventati ora effettivi.

"Io e la mia famiglia veniamo da Kfar Kila, al confine. Il nostro villaggio è stato completamente raso al suolo", racconta a Fanpage.it Zeinab, una giovane donna di 22 anni che da qualche giorno è arrivata in uno dei 27 centri di accoglienza locati a Sidone e nella sua provincia. È alla sua seconda evacuazione forzata. È arrivata con la madre e le sorelle "da Nabatieh. Avevamo preso una casa in affitto con i risparmi di una vita. La settimana scorsa però siamo scappati anche da Nabatieh, perché Israele ha cominciato a bombardare ovunque". L’intera città di Nabatieh – e non più solamente dei quartieri – sono sotto ordine di evacuazione. Molti ospedali sono stati evacuati e i pazienti più gravi trasferiti nel distretto di Sidone o in quello della capitale libanese. "Vorrei lavorare, sono una grafic designer", continua, mentre ci mostra il suo lavoro sulla sua pagina Instagram. "Qui siamo come bloccati, non abbiamo una vita". Zeinab sogna di tornare a Kfar Kila, di avere la possibilità di continuare la sua vita nel posto in cui è nata e cresciuta. È anche un’ottima fotografa. Mostra le foto che ha fatto del suo villaggio con commozione. Poi quelle che le sono arrivate qualche mese dopo la fuga: un deserto! L’esercito israeliano procede alla distruzione sistematica di interi villaggi all’interno della Linea Gialla, la fascia larga una decina di chilometri lungo il confine sud e sud-est del Libano che il 20 aprile è stata definita "zona tampone". Qui, quando l’aviazione non bombarda, vengono fatte venire da Israele delle ditte specializzate in demolizioni che a colpi di dinamite distruggono le tracce di una civiltà intera. "Da un lato li capisco. Perché dovrebbero andarsene? Quella è casa loro". Raya ha invitato quello che rimane della sua famiglia a raggiungerla nel suo appartamento a Beirut da Tiro. "Se Dio vuole così, moriremo qui!", le hanno risposto i vecchi zii, che di notte vanno a dormire sul lungomare, per paura di non svegliarsi con qualche ordine di evacuazione improvviso. La città di Tiro è sotto assedio. L’esercito israeliano ha emanato ordini di evacuazione per l’intera città ad esclusione solo del piccolissimo quartiere cristiano a Mina, sede dell’Arcieparchia dei Maroniti e dell'Arcieparchia dei Melchiti, della Chiesa d’Oriente, nel porticciolo antico della città. In realtà, anche il quartiere ha subito la minaccia israeliana di evacuazione. Il portavoce arabofono dell’esercito ha infatti esortato i "membri della comunità cristiana di Tiro di esigere l’espulsione degli elementi sabotatori", facendo riferimento ai combattenti di Hezbollah che si sarebbero rifugiati nel quartiere, che invece ospita famiglie, anziani, disabili, bambini, tutta gente che non è riuscita a scappare a nord.