Divano La rubrica settimanale di arte e società. A cura di Alberto Olivetti
Un sosia di Robert Francis Prevost è seduto su una poltroncina pieghevole di faggio. Veste l’abito candido di Leone XIV, felicemente regnante, e benedice i turisti che gli formicolano intorno curiosi, in piazza del Popolo, a Roma. Quando apre le braccia in un gesto di magnanima accoglienza, gli astanti, qui convenuti da ogni parte del mondo, moltiplicano gli scatti dei cellulari e chiedono il privilegio di un selfie che, per solito, il pontefice concede annuendo con un misurato cenno della testa. A debita distanza dalla bianca pantofola, ma a portata d’occhio, sta una vecchia scatola di latta da biscotti, ove è possibile depositare l’Obolo di san Pietro.
Ai piedi dell’obelisco, poggiata una sua capiente valigia sul primo dei gradini; dinanzi ad una delle quattro impassibili leonesse marmoree incaricate di alimentare d’un getto continuo le acque delle luccicanti vasche circolari; un uomo, atteggiato il corpo nella geometrica immobilità d’un faraone della dinastia dei Tolomei, ha il volto coperto da una maschera d’oro. Indossa un aderente costume a fasce d’oro, non zecchino, ma coriaceo alle tignole, se proviene dai depositi di Cinecittà, nuovo come ai tempi del cinema peplum, ancora intatto dopo settant’anni di assalti di schiere di tarme. E d’oro sono i calzari e il copricapo, con tanto di ureo prominente, il cobra sacro che sputa micidiale fuoco sui nemici dell’Egitto. I bambini indicano questa statua ai genitori, che mostrano di non saper cosa rispondere e, quando un pargolo cerca di toccar con mano le metalliche fasce, lo tirano prontamente indietro non senza qualche strillo di protesta del piccolo erede di san Tommaso.






