«Operazioni di intralcio al ricongiungimento tra la minore e la madre naturale, sia attraverso azioni materiali di vero ostruzionismo, sia attraverso forme di “plagio” rivolte alla piccola». E ancora: interruzione progressiva di «ogni forma di socialità della bambina», «insopportabili pressioni psicologiche» e «apparenti forme di manipolazione volte ad indurre la piccola a una lacerante scelta fra i “genitori buoni” e la “madre cattiva”».
È servito, alla fine, l'intervento della procura di Siracusa per permettere il ricongiungimento di Mia, sette anni, con Fatima, sua madre, dopo che nei confronti dei "coniugi collocatari" è stato disposto il divieto di avvicinamento alla bambina con applicazione del braccialetto elettronico. L'accusa nei confronti dei due è di maltrattamenti.
I nomi sono di fantasia. Sono quelli che avevamo usato, ad aprile 2026, per raccontare la lotta di una giovane donna per ritrovare la figlia. Fatima parte dalla Costa d'Avorio per salvare la bambina, all'epoca di un anno, dall'infibulazione, decisa dagli uomini del villaggio. La fuga attraverso mezza Africa, poi la Libia, il barcone. È in mare che madre e figlia si separano: Fatima rimane indietro, la piccola sale su un'imbarcazione insieme a un'altra persona, cui Fatima l'aveva affidata per salvarla da un possibile annegamento. È il 2022. La bambina viene salvata dalla Ocean Viking, sbarca a Pozzallo, è una minore non accompagnata, viene portata in una famiglia a cui viene affidata «allo stato della procedura». Cioè in attesa che si abbiano notizie certe sui genitori.













