Una delle armi con cui la Repubblica islamica sconfiggerà i nemici yankee sarà l’unità. L’unità del popolo, unità nazionale, unità degli sciiti. «I nemici dell’Iran, dopo la bruciante sconfitta sul campo, cercano di creare divisioni interne e indebolire la resilienza del popolo». La guida suprema Mojtaba Khamenei invoca armonia e coesione dei cittadini che devono rifiutarsi di «farsi portavoce della narrativa nemica».

Le parole della Guida sono state lette durante le cerimonie dell’anniversario della morte del fondatore della Repubblica islamica, Ruhollah Khomeini. Giovedì 4 giugno era una data cerchiata di rosso sul calendario politico, ma anche in un giorno cosi importante Khamenei mancava: almeno, dal vivo. È diventato il fantasma parlante che ancora nessuno ha visto dal primo giorno di bombardamenti che hanno ucciso suo padre a febbraio scorso. Comunque, il suo spettro che si esprime da località segreta rimane vistoso: il discorso è stato letto nelle piazze, in tv, è finito sui social per consolidare il baricentro del suo potere.

Ha ricordato che è stato inflitto «un colpo decisivo» a Israele e Usa, potenze che stanno vivendo «un’umiliazione significativa e profonda» e ricorrono all’astuzia per «seminare i semi del dubbio, della disperazione, della paura, del sospetto e del disaccordo», per imporre il loro «imperialismo globale». Non ci riusciranno: a fare da bastione ci sarà «l’identità distintiva e inflessibile» dell’Iran. Si è espresso ruvido, per restituire stabilità a un sistema scosso, Khamenei; sa che c’è alta marea nello Stretto, ma anche in casa ayatollah dove le divisioni interne si moltiplicano e si accentuano.