Tagliare la scena di (semi)nudo dell’allora tredicenne Nastassja Kinski a mezzo secolo dall’uscita di Falso Movimento, film dell’allora ventinovenne Wim Wenders, non sarebbe stata una censura ma un atto di civiltà: così ieri Fabrizia Giuliani su La Stampa. E certo si comprendono le ragioni della Kinski, che da tempo chiedeva al cineasta di sforbiciare la pellicola poiché quando girò la scena in questione – lei con indosso solo gli slip sul letto dove un uomo adulto a sua volta seminudo prima la baciava e poi la schiaffeggiava – sua madre non era presente sul set, e tra un ciak e l’altro si chiuse in bagno a piangere, spinta da ciò che provava nel trovarsi in quella situazione. Intanto, Wim Wenders ha fatto retromarcia, togliendo il film da tutte le piattaforme e chiedendo scusa all’attrice. Tutto bene quel che finisce bene, dunque? Più o meno.

Più o meno perché il discorso si fa inevitabilmente più ampio, al di là del caso in questione. Che fare con Ultimo tango a Parigi? Non fu forse la stessa Maria Schneider a fare una richiesta simile a Bernardo Bertolucci a proposito della famosa scena del burro e non solo? Malgrado la successiva riabilitazione della pellicola dopo la sua condanna al rogo all’indomani dell’uscita nelle sale, bisognerebbe dunque sforbiciare un bel po’ anche quella. Per tacere naturalmente di Salò o le 120 giornate di Sodoma, l’ultimo scandaloso – e a tratti, va pur detto, inguardabile – film girato da Pier Paolo Pasolini: si narrò già all’epoca di un malessere profondo e diffuso in gran parte degli attori coinvolti nelle riprese.