Nei corridoi delle Nazioni Unite di Ginevra, negli uffici delle ong, nell’hotel Intercontinental dove si tengono incontri informali ed eventi, il clima non era quello di un monotono rituale. Anche se l’Assemblea dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) si tiene ogni anno, questa volta l’urgenza della realtà ha prevalso.Il 17 maggio, giorno prima dell’apertura dell’Assemblea, l’Oms ha dichiarato emergenza di salute pubblica internazionale l’epidemia di Ebola della specie Bundibugyo nella Repubblica Democratica del Congo e in Uganda. Un virus, questo, per il quale al momento non sono disponibili trattamenti o vaccini e che finora ha contagiato almeno oltre trecento persone e ha causato la morte di altre cinquanta; nonostante il tracciamento dei contatti sia in atto, è molto complicato fare dei conti in modo preciso, anche per i disordini nell’area. Oltre all’Ebola, un altro argomento ha dominato le conversazioni a Ginevra: la crisi dei finanziamenti del settore. Questo è il primo anno in cui l’Assemblea si è riunita da quando l’addio degli Stati Uniti è definitivo. Dal secondo dopoguerra Washington è stata il principale finanziatore della salute globale, sia per le quote versate all’Oms sia per gli aiuti diretti allo sviluppo. Ma il definanziamento della salute globale è una tendenza più generale, non solo una conseguenza delle nuove strategie della Casa Bianca; anche Paesi come Germania e Regno Unito hanno contribuito meno rispetto a prima. Però, proprio per rispondere alle epidemie come Ebola i soldi servono: solo per i primi 6 mesi dell’attuale crisi sanitaria il Cdc Africa, l’agenzia che si occupa di salute pubblica a livello continentale, ha stimato che sarebbero necessari almeno 319 milioni di dollari.Intanto, la macchina degli aiuti si è messa in moto. «Dobbiamo essere coordinati e fare in modo che tutte le iniziative comunichino tra loro, così da poter essere davvero efficaci, perché l’estensione della pandemia è veramente considerevole», spiega, tra una riunione e l’altra, Carmen Pérez Casas, Hiv lead di Unitaid, organizzazione internazionale che si occupa di rendere disponibili e accessibili prodotti sanitari nei Paesi a medio e basso reddito. Chiarisce che la loro non è in senso stretto un’agenzia per le emergenze, ma il loro impegno è «fare in modo che i primi soccorritori abbiano i beni e gli strumenti necessari per lavorare». Quando trattamenti e vaccini approvati mancano, come in questo caso, il lavoro diventa ancora più complesso. Già nella prima settimana di emergenza, l’Oms ha lavorato con partner come Unitaid per vedere cosa è possibile fare per i contagiati e per chi è stato esposto. Stanno sviluppando dei protocolli e gli esperti passano al vaglio gli studi clinici più promettenti sia per le terapie che per i vaccini. Ma non si tratta solo di trovare le medicine giuste, bisogna anche avere a disposizione gli strumenti per diagnosticare queste malattie. Tuttavia nei Paesi con i sistemi sanitari più fragili possono mancare le risorse per arrivare alle diagnosi. Tra le organizzazioni non profit che lavorano per aiutare i Paesi a rafforzare i propri sistemi sanitari c’è Path, che si impegna a mettere l'innovazione nel settore sanitario al servizio di un’assistenza sanitaria più equa e accessibile ovunque. «Nella Repubblica Democratica del Congo, in collaborazione con la Fondazione Gates e i Centri statunitensi per il controllo e la prevenzione delle malattie (Cdcs), Path ha supportato il governo nella creazione del Centro operativo per le emergenze di sanità pubblica, il primo ente centrale responsabile del coordinamento di tutte le risposte alle epidemie nel Paese, e nello sviluppo di dashboard per monitorare i focolai», risponde Melanie Saville, responsabile scientifica di Path.Oltre a trovare più risorse economiche da investire, però, c’è qualcosa che la diplomazia della salute globale potrebbe fare per semplificare le cose, soprattutto in momenti di crisi. Dovrebbe approvare un allegato. L’anno scorso l’Assembla dell’Oms ha approvato l’Accordo pandemico, sul quale si è astenuta solo una manciata di Paesi, tra cui l’Italia. Ma l’accordo resta incompleto senza un suo allegato, il Pabs (Pathogen access benefits sharing). Questo documento dovrebbe regolare lo scambio di informazioni su virus e patogeni ma anche l’accesso a vaccini, medicine e qualunque cosa sia sviluppata a partire da quelle informazioni. Le contrattazioni vanno avanti da un anno; i Paesi a basso e medio reddito stanno cercando di non restare indietro in caso di future pandemie, come è accaduto con la diseguale distribuzione di vaccini Covid-19. Il testo doveva essere approvato durante questa Assemblea, ma è stata decisa una proroga dei negoziati.Dice Eloise Todd, fondatrice e direttrice esecutiva di Rani (Resilience action network international), organizzazione specializzata sul tema della preparazione alle pandemie: «Bisogna porre l’accento sulla presenza al tavolo dei negoziati dei Paesi ad alto reddito, affinché i benefici vengano effettivamente condivisi con i Paesi in via di sviluppo. Desideriamo in particolare – ha aggiunto – sollecitare l’Italia, la Francia, la Germania e l’Unione europea nel suo complesso a rispettare l’impegno di creare partenariati paritari con i Paesi in via di sviluppo e a essere più flessibili in materia di accesso agli agenti patogeni e di condivisione dei benefici».
Ebola incombe, Oms all’angolo
Servono almeno 319 milioni di dollari. Conti in rosso dopo il disimpegno degli Usa e i tagli di Gran Bretagna e Germania. E le disuguaglianze si rispecchiano an









