Questi erano i Bee Gees prima dei Bee Gees. Audaci, ambiziosi, creativi, raffinati. Persino esagerati, presuntuosi e un po’ barocchi quando si avventuravano in album concept che all’epoca avevano pochi rivali nella musica inglese (i fratelli Gibb – Barry, Robin e Maurice – formarono il gruppo nel 1958 a Redcliffe, in Australia, dove erano emigrati pochi anni prima). Odessa, del 1969, uscì in doppio vinile con una copertina di velluto rosso: First of May fu l’esaltazione del loro falsetto, dopo i successi di Holiday e To Love Somebody, una delle canzoni più riverite da grandi interpreti dell’epoca come Janis Joplin e Nina Simone.

Quando nel 1971 pubblicarono Trafalgar (con in copertina una scena della battaglia della Royal Navy del 21 ottobre 1805 contro la flotta franco-spagnola) erano da un pezzo uno dei gruppi più cantati al mondo con Words, Massachusetts, I Started a Joke e Lonely Days. Il loro nono album aveva un altro oro nel medagliere, una fulminante sinfonia per cuorinfranti che ancora gli interpreti non finiscono di celebrare: How Can You Mend a Broken Heart.

Guidati dall’astutissimo impresario Robert Stigwood, i Bee Gees non mancarono un bersaglio, eppure non erano neanche a metà dell’opera. Il meglio (ma per alcuni loro fan, il peggio) doveva ancora arrivare: la colonna sonora di Saturday Night Fever fu un terremoto di magnitudo dieci in una carriera già zeppa di scosse telluriche: incassò 5dei 15 Grammy conquistati nella carriera e ha contribuito in maniera cospicua a raggiungere i 250 milioni di dischi venduti, primato raggiunto solo da Elvis, Beatles e Michael Jackson.