La scoperta del bunker sotterraneo di Ardore, con camera di fuga, botola in cemento armato e un cunicolo lungo circa 120 metri, non è soltanto un colpo investigativo. È anche una fotografia aggiornata della latitanza mafiosa in Calabria. Una latitanza che non vive più soltanto nelle zone impervie dell’Aspromonte, tra rifugi di fortuna e nascondigli isolati, ma sempre più spesso si organizza sotto o accanto ad abitazioni apparentemente normali, nel cuore dei territori controllati dalle cosche. A spiegare questa evoluzione è il tenente colonnello Davide Montinaro, comandante dello Squadrone Carabinieri Cacciatori Calabria, intervenuto dopo il rinvenimento della struttura clandestina portata alla luce dai Carabinieri ad Ardore, nella Locride.

Dai rifugi in montagna ai bunker sotto casa

Il punto centrale, nelle parole dell’ufficiale, è il cambio di strategia. La latitanza non significa più necessariamente fuga lontano dal proprio ambiente. Al contrario, per un boss rimanere vicino al territorio di riferimento può essere una scelta funzionale al controllo criminale. “In oltre trent’anni di contrasto alla criminalità organizzata di stampo mafioso, che qui in Calabria assume la denominazione di ’ndrangheta, la ricerca e cattura dei latitanti ha subito nel tempo un’evoluzione radicale”, afferma il tenente colonnello Davide Montinaro. “Se un tempo i soggetti che intendevano sottrarsi alla giustizia allestivano rifugi isolati e speditivi nelle zone più aspre e montuose del territorio calabrese, oggi è altamente probabile trovare nascondigli nell’immediatezza di case allestite per civile abitazione”.