Confermato dal Senato con i soli voti repubblicani, Warsh promette di rivoluzionare la Fed. Ma il presidente non decide da solo. E la vera domanda non è se subirà pressioni da Trump, ma come eserciterà l’autonomia che la legge americana gli garantisce.

Il voto del Senato

C’è un’immagine che accompagna l’arrivo di Kevin Warsh alla guida della Federal Reserve. Il nuovo presidente ha prestato giuramento nella East Room della Casa Bianca, davanti a membri del gabinetto Trump e allo speaker della Camera. Era dal 1987, ai tempi di Alan Greenspan, che un presidente della Fed non veniva insediato alla Casa Bianca. Un dettaglio simbolico che, per alcuni osservatori, alimenta interrogativi sull’indipendenza della nuova Federal Reserve.

Il percorso che ci ha portati fin qui è stato tutt’altro che lineare. Il Senato ha dato il via libera a Warsh il 13 maggio con 54 voti favorevoli e 45 contrari, in una delle conferme più divisive nella storia recente della banca centrale americana, sostanzialmente lungo linee partitiche, con il solo democratico John Fetterman a rompere gli schieramenti. Warsh è il diciassettesimo presidente della Fed e succede a Jerome Powell, il cui mandato si è concluso a metà maggio.