Ha un nome suggestivo: «nuvola di punti». È un insieme di milioni di punti disposti nello spazio tridimensionale. Per capire come è morto Davide Borgione, si riparte da qui. Da una nuova super perizia, questa volta ingegneristica. Si riparte da questo incrocio dove la notte del 24 gennaio pioveva, tra via Nizza e corso Marconi. L’angolo dove oggi ci sono ancora i fiori a ricordare lo studente di economia che ogni due settimane allo stadio del Toro gli amici granata come lui celebrano con uno striscione, una sciarpa, una foto mostrata. In questo punto, nei giorni scorsi, si sono riuniti tre ingegneri, i consulenti tecnici di procura, difesa e parte offesa. Hanno lavorato per ore con i laser scanner. Calcolando misure e incrociando risultati. Raffrontando poi tutto con le immagini delle telecamere.

L’uomo della Jeep Come è morto Davide? E se è caduto dalla bici, dove è atterrato? Sulla Jeep che stava passando al suo fianco o sull’asfalto? La differenza è in poche decine di centimetri. Ma è nodale per capire se esiste un reato oppure no. Ovvero, per rispondere a questa domanda: l’autista della Jeep, indagato per omissione di soccorso, si è accorto che il ragazzo di 19 anni stava cadendo a fianco o sulla sua macchina? Se la risposta sarà si, potrebbe essere processato. Ma se invece sarà no, l’uomo, un trentenne che lavora in banca, potrà uscire dall’indagine. Difeso dall’avvocata Anna Rosa Oddone, si è sempre difeso dicendo: «Non mi sono accorto di nulla. Ho avuto la sensazione di passare sopra a un dosso e sono tornato a casa. Solo più tardi, pensando che effettivamente non ci sono dossi in quella zona, mi è venuto lo scrupolo di andare dalla polizia municipale. Solo così ho saputo che un ragazzo era morto».