Quest’anno al Tribeca Film Festival, rassegna internazionale di cinema indipendente fondata da Robert De Niro, c’è un film che dura 75 minuti, è costato appena 2mila dollari, non ha un cast, non ha fatto uso di troupe né di telecamere. Eppure racconta una delle vicende politiche più drammatiche degli ultimi anni. Si chiama Dreams of Violets, è stato realizzato dai fratelli iraniani in esilio Ash e Pooya Koosha ed è il primo lungometraggio completamente generato dall’intelligenza artificiale a essere ammesso nel programma ufficiale di una grande kermesse.

La notizia, di per sé, sembra destinata ad alimentare l’ennesimo dibattito sulla minaccia che la tecnologia rappresenterebbe per il cinema. Sostituirà gli attori? Renderà superflui i registi e gli sceneggiatori? Trasformerà Hollywood in una gigantesca fabbrica di immagini sintetiche? Sono interrogativi legittimi, ma forse non i più pertinenti. Perché Dreams of Violets suggerisce una possibilità diversa: che l’intelligenza artificiale possa diventare uno strumento di testimonianza. Non in sostituzione dell’esperienza umana, ma al suo servizio.

Il film ricostruisce la repressione delle proteste scoppiate a Teheran nel gennaio 2026. La storia segue cinque manifestanti nascosti in un vicolo poco prima di essere giustiziati. Amir, un bambino di dieci anni affetto da paralisi cerebrale, assiste alla scena da una finestra. Le immagini non provengono da riprese effettuate sul posto, ma da reportage giornalistici, fotografie e prompt basati su testimonianze oculari.