di Leonardo Botta
Ho deciso di sottoscrivere la richiesta di referendum per abrogare il finanziamento pubblico ai giornali. Un’iniziativa che nasce grazie al comitato referendario che ha lanciato la proposta con slogan quali “basta soldi ai giornali”, “abolire il reddito di giornalanza”.
C’ho riflettuto molto, perché sono tra quelli che ancora credono molto nella fondamentale funzione dell’informazione nel nostro paese (e ovunque); per cui sono consapevole che forme di sostegno a questa importante “industria” siano assolutamente auspicabili, come sono auspicabili, ed esistono, gli aiuti a diversi settori produttivi: il cinema e la cultura, l’edilizia, le fonti rinnovabili, l’automotive.
Ma allora perché abolire, a mio avviso, i finanziamenti alla carta stampata? Semplicemente perché sotto la “copertina” di un sostegno a lavoratori impiegati in questo settore si cela spesso il meccanismo di foraggiamento di organi di stampa che definire sconcertante è dire poco. Faccio due esempi.
– Le testate del gruppo Angelucci (Il Giornale, Libero, Il Tempo) che, anche grazie alle imposte versate dai contribuenti, alimentano la propaganda di destra, oggi governativa; operazione del tutto lecita nel paese in cui uno dei capisaldi della Costituzione è l’art. 21, che sancisce la libertà di espressione delle opinioni, anche (soprattutto) quelle che non condividiamo. Ma versare le tasse per pagare lo stipendio a direttori e redattori la cui funzione mi sembra esclusivamente quella di srotolare la lingua a mo’ di tappeto ai piedi del proprio referente politico o potente di turno mi sembra francamente troppo. E non dimentico che l’editore Antonio Angelucci, già ras della sanità privata, è colui il quale, da deputato della Lega, l’anno scorso ha accumulato la bellezza di zero (zero!) presenze a Montecitorio, incassando comunque la lauta indennità di parlamentare a lui “spettante”.






