«Mettere la persona al centro» è diventato uno dei principi più condivisi nel dibattito sulla salute e sul welfare. È una formula difficilmente contestabile. E in effetti lo è: riportare l’attenzione sulla persona, sui suoi bisogni, sulla sua dignità è una conquista fondamentale dei sistemi contemporanei.

Eppure, proprio perché così potente, questo principio rischia di essere anche fuorviante.

Nella pratica dei servizi emerge, infatti, una contraddizione: cosa significa davvero «mettere al centro» una persona se poi è lasciata sola, soprattutto in un momento di difficoltà, a orientarsi dentro un sistema frammentato, fatto di accessi diversi, linguaggi diversi, responsabilità non sempre chiare?

Il rischio è che la centralità della persona si trasformi, silenziosamente, in un trasferimento di responsabilità. Il paziente, o la sua famiglia, deve tenere insieme i pezzi: capire a chi rivolgersi, coordinare gli interventi, ricostruire un percorso tra servizi che spesso non dialogano. Un compito difficile per chiunque, ancora più oneroso per chi vive una condizione di fragilità.

Accade quando una famiglia deve ricostruire da sola il filo tra una diagnosi, un bisogno sociale, una prestazione sanitaria, un sostegno domiciliare. Accade quando ogni servizio offre una risposta corretta nel proprio perimetro, ma nessuno compone una risposta complessiva. Si possono ricevere molti interventi e non sentirsi davvero accompagnati. Perché una somma di risposte parziali non coincide con un percorso capace di guardare alla persona nella sua interezza.