La notizia è buona: il test per Ebola effettuato ieri sul paziente rientrato in Sardegna dal Congo è risultato negativo. Lo conferma il ministero della Salute, che ha ricevuto i risultati delle analisi condotte dall'Istituto Spallanzani di Roma. L'uomo, rientrato in Italia sabato 30 maggio, aveva accusato alcuni sintomi e aveva chiamato il 118, venendo trasportato in biocontenimento all'ospedale Santissima Trinità di Cagliari. Ma proprio il modo in cui questa vicenda si è svolta — e soprattutto i passaggi in cui avrebbe potuto andare diversamente — impone alcune domande sull'ordinanza ministeriale dello scorso 29 maggio che regolamenta la sorveglianza sanitaria sui rientri dalle zone a rischio. Tre in particolare meritano una risposta che ancora non c'è.Il paziente non è atterrato in Italia con un volo diretto da Kinshasa. E’ arrivato a Fiumicino facendo scalo al Cairo. Il che significa che, al momento del controllo in aeroporto, risultava formalmente proveniente dall'Egitto, non dalla Repubblica Democratica del Congo.I sistemi di sorveglianza aeroportuale si basano in larga misura sul paese di provenienza dell'ultimo volo. Un viaggiatore che abbia transitato per un hub intermedio — Il Cairo, Istanbul, Addis Abeba, Dubai — prima di imbarcarsi per l'Italia può superare i controlli standard senza che il suo itinerario reale venga intercettato o verificato? In questo caso l'esito del test è stato negativo, e la questione è rimasta teorica. Ma se il paziente fosse risultato positivo, quando sarebbe emerso che proveniva da una zona ad alto rischio? I sistemi di tracciamento degli itinerari di viaggio sono oggi in grado di seguire questi percorsi in tempo reale? L’ordinanza ministeriale parla anche di voli indiretti e scali ma qualcosa potrebbe non aver funzionato.Il paziente ha fatto la cosa giusta. Ha avvertito i sintomi, ha temuto il peggio, ha chiamato il 118 spiegando da dove veniva e cosa aveva. Il sistema ha risposto in modo corretto e tempestivo. Ma cosa sarebbe successo se avesse deciso di aspettare? Se avesse pensato che si trattasse di un normale raffreddore, di un po' di stanchezza da viaggio, e avesse rimandato per vedere l’evoluzione dei sintomi? Se avesse preso un antipiretico e fosse andato a lavorare, a fare la spesa, a prendere i figli a scuola?Il sistema di sorveglianza post-rientro previsto dall’ordinanza ministeriale si fonda in misura molto rilevante su un meccanismo di autodichiarazione rimesso direttamente all’iniziativa e alla responsabilità delle persone. Il viaggiatore che rientra da una zona a rischio è tenuto a segnalarsi, a compilare un'autocertificazione, a monitorare la propria salute per il periodo di incubazione previsto. Ma se non lo fa, e il sistema non riesce a tracciare tutti i voli indiretti con scali in altri paesi, nessun meccanismo automatico scatta.In caso di positività, il ritardo nella segnalazione potrebbe significare giorni di contatti non tracciati, persone esposte inconsapevolmente e incolpevolmente, una catena di trasmissione già avviata prima che qualcuno si renda conto di cosa sta accadendo. La fiducia nel senso di responsabilità individuale è un pilastro necessario di qualsiasi sistema di sorveglianza, ma non può essere l'unico.C'è poi un dettaglio dell'ordinanza ministeriale che merita attenzione, e che il caso sardo ha contribuito a portare in superficie. Il comma 3 dell'articolo 2 prevede che il viaggiatore di rientro da un paese a rischio possa consegnare la propria autocertificazione direttamente a mano alla Asl di appartenenza prima che questa sia in grado di classificare la sua potenziale situazione di paziente a rischio.L'intenzione è comprensibile: garantire che la segnalazione in qualche modo arrivi, includendo anche chi ha meno dimestichezza con i servizi digitali. Ma l'effetto pratico di questa disposizione è che un soggetto potenzialmente esposto a un agente patogeno ad altissima pericolosità potrebbe presentarsi fisicamente in uno sportello affollato, in una sala d'attesa, in un corridoio di una struttura sanitaria, a contatto con operatori e altri utenti.Se il paziente sardo, invece di chiamare il 118, avesse scelto — in buona fede, rispettando le procedure — di recarsi alla propria Asl per consegnare il modulo, avrebbe potuto mettere a rischio le persone presenti, prima che qualsiasi protocollo di biocontenimento venisse attivato. La soluzione non sarebbe complicata da implementare: limitare la segnalazione ai canali digitali — le mail dedicate già messe a disposizione dalle singole regioni — eliminando la possibilità della consegna fisica. Una modifica di procedura, non una rivoluzione del sistema. Ma che potrebbe fare la differenza in uno scenario in cui la fortuna non assiste il paziente, e il test non risulta negativo.In questo caso il paziente si è comportato in modo responsabile, il 118 ha risposto con rapidità, il biocontenimento è stato attivato correttamente, lo Spallanzani ha lavorato in tempi rapidi. Il rischio, come conferma il ministero, resta molto basso in Italia. Ma una macchina che funziona grazie alla buona condotta di ogni singolo protagonista della catena potrebbe palesare delle fragilità. I protocolli sanitari non si progettano per il caso ideale, in cui tutto va come dovrebbe. Si progettano per il caso in cui qualcosa non vada come previsto: il paziente non chiama, lo scalo maschera la provenienza, il modulo viene consegnato a mano invece che per email. Il caso del paziente congolese in Sardegna si è concluso con un sospiro di sollievo. Sarebbe un errore — e un'occasione persa — non usarlo per chiedersi dove il sistema potrebbe fare meglio.