“Mancano due minuti a mezzanotte. Siamo vicini a diventare, in modo irreversibile e permanente, una minoranza nelle nostre nazioni”. Così Martin Sellner, l’ideologo austriaco della remigrazione, ed Eva Vlaardingerbroek, polemista olandese ormai stanziata in Italia, hanno drammaticamente ritratto la situazione della demografia europea in un video proiettato alla seconda edizione del Remigration summit, quest’anno tenuto a Figueira da Foz, in Portogallo, alla presenza, fra gli altri, dell’ex capo della Border Patrol, Gregory Bovino.
I promotori della remigrazione – è noto – presentano l’espulsione degli immigrati e dei loro discendenti giudicati “non assimilati” come l’unica soluzione alla sostituzione etnica, il preteso grande piano oscuro delle élite europee per rimpiazzare i “nativi” con gli stranieri, preferibilmente africani e musulmani.
Lo scorso anno, in particolare al raduno di Gallarate, Sellner e la sua rete identitaria di estrema destra hanno venduto la remigrazione ai partiti politici europei, tra cui Lega e Alternative für Deutschland, come un piano in tre fasi scomponibile a piccole tappe, utile per non spaventare troppo l’opinione pubblica. E così “remigrazione” è per molti diventato un semplice sinonimo rafforzativo di “rimpatrio” o di “espulsione”, un neologismo con cui indicare procedure più accelerate di respingimento alla frontiera per gli illegali e di revoca dei permessi di soggiorno e della cittadinanza per immigrati e cittadini naturalizzati che delinquono.








