Roma, 1 giugno 2026 – La situazione, ormai, è molto grave ma non è seria. Coma diceva il Poeta latino, “Risum teneatis, amici”. Cerchiamo di far in modo che diventi meno grave e più seria.
Quando il 30 maggio Donald Trump scrive su Truth Social che “qualcuno dovrebbe spiegare al Papa che il sindaco di Chicago è inutile e che l’Iran non può avere un’arma nucleare”, e accompagna il messaggio rilanciando le foto dell’incontro tra Leone XIV e il sindaco democratico Brandon Johnson, compie sotto la patina del social un gesto antichissimo: peccato solo che non lo sappia.
Oltre la polemica politica, s’intravede qui il vecchio gioco del riflesso del potere temporale che pretende di “richiamare all’ordine” quello spirituale senza aver ben capito di che cosa si stia trattando. La formula stessa usata — “Qualcuno spieghi al Papa” — tradisce l’insofferenza di un “sovrano” per autocertificazione verso una voce morale che non dipende da lui e a proposito della quale egli ignora tutto.
Contesa simbolica su chi rappresenti l’America
L’episodio si carica di un’ironia geografica. Leone XIV, primo pontefice statunitense, è nato a Chicago nel 1955: la città che Trump evoca con disprezzo è la patria del Papa; e il sindaco “inutile” è il primo cittadino del luogo dove il pontefice è venuto al mondo. Lo scontro, formalmente sulla pace e sull’Iran, si trasforma in una contesa simbolica su chi rappresenti l’America. E magari il mondo. Papa Leone durante il Rosario per la pace











