È il 31 maggio, l’ultimo giorno del mese dedicato alla Madonna. Nella chiesa del Parco Verde di Caivano don Maurizio Patriciello deve ancora dire messa per chiudere il mese mariano, ma il telefono non smette di squillare.

La notizia delle bottiglie incendiarie contro la casa del giovane cronista di Enego, Adriano Cappellari, gli è arrivata nella notte. Il prete ha saputo delle minacce rivolte anche a lui e a Giorgia Meloni. Che c’entra un giovanissimo cronista della provincia di Vicenza, che scrive su un quindicinale locale, con il parroco di Caivano e con la premier?

Tra una telefonata e l’altra, don Maurizio ricostruisce tutto dall’inizio. «Adriano l’ho conosciuto grazie al parroco di Enego, un mio amico da anni. Mi aveva invitato nella sua parrocchia per un incontro sulle mafie e Adriano in quell’occasione faceva il moderatore. Un ragazzo in gamba».

A novembre dello scorso anno Cappellari ricevette la prima lettera anonima. Don Patriciello non lo sapeva. «Lui non mi aveva detto niente. La polizia gli aveva consigliato di fare così, di non allarmare, di lasciare lavorare. Avranno avuto i loro buoni motivi». A febbraio di quest’anno nuova lettera di minacce. Questa volta anche a don Patriciello. «Si vedeva subito che era la stessa mano: la busta identica, gli stessi caratteri, lo stesso inchiostro rosso. Il contenuto era chiaro: condannavano a morte me, Adriano e Giorgia Meloni. Scrivevano: “Tu parli e scrivi troppo, devi finire. Devi solo morire. Devono morire anche la Meloni e Patriciello”.