Ordine e caos, rigidità e capacità d’adattamento, regole ed eccezioni, cuore e ragione. Opposti che convivono tutti nei progetti di Massimo Lentsch, imprenditore bergamasco dell’export management folgorato sulla via di Sicilia - prima a Lipari, poi sull’Etna - poco più di 20 anni fa. A vederlo sfrecciare in bici fra i filari di Malvasia che si tuffano nel tramonto, qui a Quattropani, a 350 metri d’altezza, si fa fatica a immaginare il manager austro-orobico trasformato in vignaiolo con mani e piedi nella terra di Lipari.

L’idea di investire a Lipari com’è nata?«Diciamo che tutto è nato abbastanza casualmente. Cioè l’intenzione non era casuale, ma Lipari è stata casuale. Essendo un grande appassionato di vela, venivo da un viaggio nei Caraibi. A un certo punto a Martinica vedo un cartello su una casa, proprio in riva al mare, con scritto “vendesi”. E mi sono detto: voglio comprare quella casa lì. Poi con la famiglia siamo arrivati a un accordo: magari cerchiamo qualcosa un po’ più vicino rispetto ai Caraibi. E così ci siamo concentrati sull’Italia. Prima siamo andati alle Tremiti, poi alle Eolie in barca a vela. Nel 2000 arriviamo una sera a Porto Pignataro, a Lipari. La mattina prendo il tender, scendo a riva e mi faccio il giro dell’isola. Entro nella piana di Castellaro, percorro una strada di campagna e vedo lo scorcio di Salina, Alicudi e Filicudi. Era una mattina bellissima, con una vigna completamente abbandonata e il resto incolto tutt’intorno. Lì mi sono detto: io qua ci voglio fare vino. Non le so spiegare cos’è successo. Era il 2000».