Adesso la Danimarca ha due re: Federico X e Jonas Vingegaard. Un capo della nazione e simbolo dello sport danese nel mondo, che festeggia la conquista del suo primo Giro d’Italia, che poi è anche il primo di un corridore danese. Con questo successo, Vingegaard va ad affiancare il proprio nome a quelli di Jaques Anquetil e Eddy Merckx, Felice Gimondi e Bernard Hinault, Alberto Contador, Vincenzo Nibali e Chris Froome. Otto corridori che almeno una volta possono dire di aver vinto tutti e tre i Grandi Giri, un traguardo che nemmeno Tadej Pogacar. «Sono felice per me e per i miei compagni, per il mio team e per quanti mi vogliono bene, ma non penso a quello che fanno o non fanno gli altri, io sono solito solo a pensare quello che riesco a fare io», dice il danese.La Danimarca ha due re, uno politico e l’altro sportivo, che quattro giorni fa vinse la quarta tappa a Carì, in Svizzera, nel giorno del 58° genetliaco del suo sovrano, anche se a specifica domanda, il corridore danese ha ammesso di non essere al corrente della ricorrenza. «Non lo sapevo», ha ammesso.Cinque vittorie di tappa. La prima sul Blockhaus, la seconda a Corno alle Scale, la terza a Pila, che gli vale anche la maglia rosa, quella svizzera di Carì e, infine, sabato sul traguardo di Piancavallo. «È stato un bellissimo viaggio, in una terra bellissima, dove il ciclismo è cultura e dove la passione si sente», ha detto il corridore della Visma Lease a Bike che in carriera ha vinto due Tour e una Vuelta, prima aggiungerci questo Giro.È felice Vingegaard, che in questa stagione aveva già vinto la Parigi-Nizza (con due tappe), la Volta Ciclista a Catalunya (con due tappe) e adesso la corsa rosa, con cinque tappe. «Sì, posso dire di essere tornato al mio livello o, forse, anche meglio perché il ciclismo continua a evolversi», ha detto felicissimo il danese che ora correrà il Delfinato prodromico al Tour, dove ritroverà l’avversario di sempre: Tadej Pogacar. Cinque baci per un Giro al bacio. Cinque vittorie celebrate sempre con quel rito del bacio alla fede e alla foto della famiglia posta sul manubrio per celebrare un Giro alla Pogacar, dove due anni fa lo sloveno dominò con il bonus di sei successi di giornata e venti giorni in maglia rosa. «Ma io non sono stato poi così male – dice sornione il danese in rosa -. Ho corso un ottimo Giro, facendo registrare degli ottimi dati, ma in Francia secondo i miei piani, dovrei riuscire a fare un ulteriore passo avanti e a fare anche meglio», dice.Per tutti, da anni, è “il re pescatore”. Non perché ami andare a pescare, ma perché a Hillerslev, il suo paese, una delle attività principali è la pesca e Jonas Vingegaard ha lavorato a contatto con i pesci. Da adolescente, in un mercato ittico del porto di Hanstholm, uno dei più importanti del Paese. Sveglia alle 5, lo faceva dalle 6 alle 12 e poi si allenava in bicicletta. «Mi svegliavo alle cinque, ma mi piaceva – ha raccontato -. In qualche modo era rilassante. Principalmente sogliole, merluzzo e baccalà. Tra le 25 e le 30 ore per settimana, tra le 6 e mezzogiorno. Così avevo il pomeriggio per allenarmi. Non è che ne avessi bisogno, di lavorare. Ma un po’ il voler diventare professionista era aleatorio, in quel momento. Un po’, correvo principalmente in Danimarca e non c’erano che una-due corse nel fine settimana. Spesso ero a casa, mi annoiavo e volevo occupare bene il tempo».I genitori si chiamano Claus e Karina, la sorella Michelle, di 4 anni più grande. Trine è l’amore della sua vita, conosciuta grazie al ciclismo: lei infatti lavorava nel campo del marketing ma non solo per la ColoQuick-Cult, la piccola squadra Continental (terza fascia) da cui ha cominciato a correre prima di passare nel 2019 alla Jumbo-Visma. Poi ci sono i “frutti” del loro amore: Frida e Hugo. Qualche tempo fa ha deciso di aggiungere al proprio cognome quello di sua moglie Trine: Hansen. «Volevamo semplicemente avere lo stesso, identico cognome – ha spiegato il danese -. Un suggello al fatto che vogliamo passare la vita assieme».A differenza di molti suoi colleghi, che devono lottare con il peso, soprattutto nella fase invernale dedicato al riposo, Jonas non mette su un grammo. «È nei miei geni essere snello – ha raccontato una volta al quotidiano belga Het Nieuwsblad -. Dunque non ho problemi a restare magro. Anche se mi lascio andare nel mese successivo alla stagione, difficilmente prendo più di due chili».C’è però una cosa nel suo fisico che sicuramente cambierebbe: «I miei piedi piatti. Mi hanno già causato alcuni problemi al ginocchio e al tendine d’Achille».Prima della bicicletta il pallone. Attaccante: non era male. Solo che era sempre il più piccolo, il meno potente e gli arrivavano pochi palloni. «Mi sono divertito in ogni caso parecchio, ma poi ho scoperto il ciclismo e ho soprattutto apprezzato il fatto che molte cose le potevo fare da solo». Per esempio vincere.Jonas Vingegaard viene da un paesino di 370 abitanti, Hillerslev, che si trova a ridosso del parco nazionale di Thy sulla costa occidentale dello Jutland: natura incontaminata e rigogliosa. Occhio alla pronuncia del cognome, a cui tiene in modo particolare: gli stranieri lo dicono più o meno come Vin-ge-gaard, mentre in danese il modo corretto è Vin-ge-go. «Michael Valgren (re dell’Amstel 2018 e bronzo iridato 2021, ndr) e vincitore di una tappa in questo Giro, era un vicino di casa e facevamo parte della stessa squadra giovanile. Ora vive a Monaco, io in Danimarca, ma resta un interlocutore importante specie quando sono alle corse».La Danimarca è una terra completamente piatta, o quasi. Il punto più alto del Regno è la collina Møllehøj, nei pressi di Skanderborg nel bel mezzo della penisola dello Jutland. Il Møllehøj è stato riconosciuto come punto più alto della Danimarca soltanto nel 2005: si tocca l’inebriante quota di 170,86 metri sul livello del mare. Appare quindi paradossale: il più grande scalatore al mondo (Cit. Pogacar) è nato nel Paese privo di montagne. «Ho sempre amato scalare le montagne, ho sempre adorato la pace: ora mi godrò questa vittoria con la mia famiglia. Cosa mi resterà di questo Giro? Tutto: la maglia rosa e l’affetto della gente. Ieri negli ultimi chilometri mi sono goduto tutto questo amore. Io mi sono concesso al loro abbraccio, alla loro passione: che gioia. Mi hanno parlato di questa terra fantastica. Del terremoto del 1976, della loro forza: io li ho voluti onorare, con la gioia del mio essere corridore». Il migliore.
Ciclismo: Vingegaard, il primo re danese del Giro
Primo successo per un ciclista della Danimarca. Le origini in un villaggio di pescatori, la famiglia e l’amore per la montagna: il ritratto del fuoriclasse pronto a sfidare ancora Pogacar













