di
Giuseppe Sarcina
Dopo il caso dell Romania, voli sospesi all'aeroporto di Monaco
Prima il drone russo che venerdì ha colpito la città di Galati, in Romania. Poi, sabato mattina, l’allarme all’aeroporto di Monaco chiuso per circa un’ora, a causa di «un’osservazione sospetta», come ha dichiarato il portavoce della polizia federale, Stefan Bayer. Un «oggetto volante» era stato avvistato da alcuni piloti. L’allerta è rientrata rapidamente, i voli sono ripresi, ma la tensione in Germania e nell’Europa orientale resta alta. Tutto il fianco Est della Nato è convinto che, ormai da settimane, Vladimir Putin stia manovrando per seminare paura e divisioni nel Vecchio Continente. Il leader russo avrebbe deciso di rendere più visibile e quindi più inquietante per l’opinione pubblica provocazioni e azioni di disturbo, aggiungendo alle interferenze cyber lo sconfinamento dei droni. Naturalmente, si potrebbe obiettare che non ci sono prove sufficienti per avvalorare questa tesi. In Romania potrebbe essere stato un incidente; a Monaco, come sembra, una preoccupazione eccessiva, anche se lo scalo della città tedesca era stato bloccato per lo stesso motivo e per due sere consecutive tra il 2 e il 3 ottobre del 2025. In ogni caso, gli ultimi avvenimenti stanno innescando un confronto, anche aspro, all’interno dell’Unione europea e dell’Alleanza Atlantica. Il «fronte dell’allarme» si estende da Nord a Sud: parte dalla Finlandia, comprende la Danimarca, i Paesi Baltici, la Polonia e arriva fino alla Romania. La posizione di questo schieramento, ampio e politicamente trasversale, si può sintetizzare in pochi punti, come abbiamo potuto verificare in questi giorni, parlando direttamente con Oana Toiu, ministra degli Esteri della Romania; Margus Tsahkna, ministro degli Esteri dell’Estonia; Kestutis Budrys, ministro degli Esteri della Lituania; Janne Kuusela, segretario permanente al ministero della Difesa della Finlandia. Primo: Putin è in difficoltà; la guerra non sta andando come vorrebbe, i raid ucraini sono sempre più intraprendenti e sempre più pericolosi; la torsione bellica dell’economia toglie spazio alle imprese e risorse alla popolazione. Infine, sul piano politico-diplomatico, anche Mosca deve fare i conti con la decisione americana, annunciata nei giorni scorsi dal segretario di Stato Marco Rubio, di sfilarsi dalle trattative. L’analisi approda a una conclusione logica: la forza negoziale del Cremlino si sta indebolendo, ma non al punto da costringere Putin a sedersi al tavolo delle trattative e ad accettare un confronto serio. Al contrario, il leader russo starebbe testando la compattezza dei governi europei e alimentando la paura in almeno una parte dell’opinione pubblica. Questo scenario è più o meno condiviso anche dagli Stati più lontani dal confine con la Russia, come Germania, Francia, Italia e Spagna. I problemi, però, cominciano quando si passa alla domanda decisiva: come rispondere alla nuova fase putiniana, ammesso che le cose stiano davvero così? L’unità sembra reggere fino a che si resta sul terreno più collaudato, quello delle sanzioni. Le istituzioni di Bruxelles sono al lavoro sul 21esimo pacchetto che dovrebbe essere adottato all’unanimità, con il consenso anche dell’Ungheria «de-orbanizzata». Ma i Paesi del Nord e dell’Est ora spingono per adottare una decisione politica di ben altra portata: ammettere l’Ucraina nell’Ue entro il 2027. È la richiesta cardine di Volodymyr Zelensky, perché l’ingresso nella Ue rappresenta la migliore garanzia di sicurezza. Il Trattato di Lisbona contiene un articolo, il 42, paragrafo 7, simile all’articolo 5 della Carta Nato: tutti corrono in aiuto di un socio aggredito. Per Zelensky è una scelta obbligata, visto che Donald Trump non solo gli ha precluso l’accesso all’Alleanza Atlantica, ma ha sostanzialmente allentato il sostegno militare all’esercito ucraino. Non tutti gli europei, però, sono pronti. Si annuncia un confronto complicato e forse anche aspro.










