Nessuna spia straniera riuscirebbe a provocare un danno così vitale alla sicurezza nazionale quanto quello che si verificherebbe se Defence Tech cadesse in mani sbagliate, sfruttando una banale operazione finanziaria. Fondi, passaggi di capitale, investimenti che nascondono un solo obiettivo: ottenere il controllo di tutte le banche dati dell’intelligence e militari e di quelle pubbliche delle amministrazioni italiane. Ecco lo scenario che si vuole scongiurare. Ed è per questo che Palazzo Chigi, proprio in questi giorni, sta portando avanti delle interlocuzioni, anche con il ministero dell’Economia e delle Finanze, per nazionalizzare la società e creare un polo nazionale di cybersecurity, così da mettere la Spa al riparo da ogni logica speculativa. Interna ed estera. Com’è iniziato tutto Per comprendere questa storia, in cui si intrecciano interessi economici e di potere, bisogna partire dal profilo di Defence Tech, «strategica - come la definisce nero su bianco un decreto della presidenza del Consiglio dei ministri - per la difesa e la sicurezza nazionale». Un «gioiello tecnologico italiano», dicono gli esperti del settore, che gestisce le piattaforme di dati dei servizi segreti, sistemi cripto, programmi spaziali e per la difesa. Non solo.
Cybersicurezza, affare di Stato
Il progetto: nazionalizzare la società cassaforte dei segreti d’Italia. Quest’estate ha rischiato di finire nelle mani di Paesi esteri







