Niente fantascienza. Nessun robot che avanza tra i letti. E nemmeno per forza letti robot. L’ospedale del futuro sarà assai simile agli ospedali di oggi. Corridoi e medici che corrono. Persone che aspettano e sale operatorie. Ma dietro, sotto, tutto sarà diverso. Non visibile a colpo d’occhio. Sarà l’infrastruttura invisibile. «La medicina resterà fatta di corpi, relazioni, incertezza e responsabilità. Questo non cambierà». Federico Cabitza è professore di interazione uomo-macchina all’Università degli Studi di Milano-Bicocca di Milano e direttore del “Center for digital health and wellbeing” della Fondazione Bruno Kessler (FBK) di Trento. Un’autorità quando si parla di medicina del futuro. Ma con uno sguardo controcorrente. Ha una formula che usa spesso per raccontare la sua idea di sanità del futuro: meno cattedrali, più ponti. La spiega nel suo ragionamento: «Meno grandi oggetti tecnologici isolati, costosi, celebrativi; più sistemi che collegano dati, reparti, territorio, domicilio, pronto soccorso, farmacie ospedaliere, medici di medicina generale, pazienti e caregiver». Il sistema sanitario italiano in larga misura funziona ancora come un arcipelago di isole collegate poco, spesso male. Il paziente che esce dall’ospedale dopo un ricovero torna dal medico di base portando con sé informazioni che difficilmente si integrano con il resto della sua storia clinica. Silos, li chiamano. Silos di dati che esistono, ma non circolano. Restano isolati. E isolati servono a poco. Le informazioni ci sono, ma si perdono nei passaggi. «L’ospedale del futuro non sarà necessariamente più spettacolare», continua Cabitza. «Sarà più connesso, più anticipatorio, più capace di non perdere informazioni essenziali nel passaggio da un luogo di cura all’altro». E non è nemmeno troppo vero che le tecnologie siano protagoniste. Al contrario, saranno strumenti. Strumenti tra strumenti utili nella diagnosi, nella gestione dei pazienti, nell’analisi dei dati.
Non dall’automazione ma dai dati interconnessi verrà la rivoluzione
Niente fantascienza. Nessun robot che avanza tra i letti. E nemmeno per forza letti robot. L’ospedale del futuro sarà assai simile agli ospedali di oggi. Corridoi e medici che corrono. Persone che aspettano e sale operatorie. Ma dietro, sotto, tutto sarà diverso. Non visibile a colpo d’occhio. Sarà l’infrastruttura invisibile. «La medicina resterà fatta di corpi, relazioni, incertezza e responsabilità. Questo non cambierà». Federico Cabitza è professore di interazione uomo-macchina all’Università degli Studi di Milano-Bicocca di Milano e direttore del “Center for digital health and wellbeing” della Fondazione Bruno Kessler (FBK) di Trento. Un’autorità quando si parla di medicina del futuro. Ma con uno sguardo controcorrente. Ha una formula che usa spesso per raccontare la sua idea di sanità del futuro: meno cattedrali, più ponti. La spiega nel suo ragionamento: «Meno grandi oggetti tecnologici isolati, costosi, celebrativi; più sistemi che collegano dati, reparti, territorio, domicilio, pronto soccorso, farmacie ospedaliere, medici di medicina generale, pazienti e caregiver». Il sistema sanitario italiano in larga misura funziona ancora come un arcipelago di isole collegate poco, spesso male. Il paziente che esce dall’ospedale dopo un ricovero torna dal medico di base portando con sé informazioni che difficilmente si integrano con il resto della sua storia clinica. Silos, li chiamano. Silos di dati che esistono, ma non circolano. Restano isolati. E isolati servono a poco. Le informazioni ci sono, ma si perdono nei passaggi. «L’ospedale del futuro non sarà necessariamente più spettacolare», continua Cabitza. «Sarà più connesso, più anticipatorio, più capace di non perdere informazioni essenziali nel passaggio da un luogo di cura all’altro». E non è nemmeno troppo vero che le tecnologie siano protagoniste. Al contrario, saranno strumenti. Strumenti tra strumenti utili nella diagnosi, nella gestione dei pazienti, nell’analisi dei dati.












