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Sabato sera nella finale di Champions League di calcio si affrontano una squadra francese e una inglese, entrambe allenate da spagnoli: il Paris Saint-Germain da Luis Enrique e l’Arsenal da Mikel Arteta. Nei giorni scorsi un altro allenatore spagnolo, Unai Emery, ha vinto l’Europa League con l’Aston Villa, mentre Iñigo Perez ha portato il Rayo Vallecano in finale di Conference League. E sabato scorso nella finale femminile di Champions League si sono affrontati altri due allenatori spagnoli, Pere Romeu del Barcellona e Jonatan Giraldez del Lione. «Gli allenatori spagnoli dominano l’Europa», scriveva un paio di mesi fa l’ex calciatore Philipp Lahm in uno dei suoi editoriali sul Guardian, nel quale raccontava il successo della «scuola spagnola».

Oltre a loro si possono infatti citare Xabi Alonso, futuro allenatore del Chelsea, e poi Cesc Fabregas del Como, Andoni Iraola, Xavi Hernandez e ovviamente Pep Guardiola, il più vincente, famoso e influente tra gli allenatori spagnoli. Sono tutti nati nel nord della Spagna, anche se su coste diverse (alcuni nei Paesi Baschi o nelle Asturie, altri in Catalogna), tra gli anni Settanta e Ottanta. Sono soprattutto, faceva notare un’analisi del documentarista e creator Jack Gilbert, «la prima generazione di allenatori cresciuta nella Spagna post-Cruijff, ossessionata dall’idea che il calcio vada manipolato intellettualmente».