La finale della Champions League del 2026 doveva essere il coronamento degli investimenti del governo di Viktor Orbán nel calcio, e invece finirà paradossalmente per simboleggiare il nuovo corso dell’Ungheria. Sabato 30 maggio è lecito aspettarsi che ci sarà anche Péter Magyar, trionfatore delle elezioni dello scorso 12 aprile, sugli spalti della Puskás Aréna, lo stadio di Budapest che farà da cornice alla sfida tra Arsenal e Paris Saint-Germain.
Un impianto da quasi 68.000 posti inaugurato nel 2019 e costato 533 milioni di euro, che è stato il primo grande progetto sportivo di Orbán dal suo ritorno al potere, nel 2010 (era già stato primo ministro tra il 1998 e il 2002). Si è immediatamente imposto come uno dei principali simboli del governo ungherese e delle sue ambizioni, diventando un’importante sede di match internazionali. Ha ospitato la Supercoppa europea del 2020 tra Bayern Monaco e Siviglia, e poi, durante la pandemia, diverse partite in campo neutro delle competizioni Uefa e quattro incontri dell’Europeo itinerante dell’estate 2021.
Già nel 2023, la Puskás Aréna era stato lo scenario della finale dell’Europa League vinta dal Siviglia sulla Roma e il 22 maggio 2024 è stata scelta dal Comitato esecutivo Uefa per ospitare anche il match conclusivo della Champions League, venendo preferita a San Siro. Nessun altro progetto ha saputo incarnare la volontà di Orbán di conquistarsi visibilità internazionale e consolidare i propri legami diplomatici, diventando uno dei più affidabili alleati del presidente Uefa Aleksander Čeferin. Nel novembre 2024, Orbán scelse la Puskás Aréna per ospitare addirittura una riunione della Cpe, la Comunità politica europea.











