L'omonimo di un pezzo grosso dell'editoria svela i "giochetti" attorno al prestigioso riconoscimento
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Mi chiamo Marco Drago e lavoro in editoria da una trentina d'anni, ho scritto racconti, romanzi, biografie, ho fatto il ghost writer e il traduttore, l'autore radiofonico e di canzoni, insomma, è facile che in tutti questi anni il mio nome sia capitato sotto gli occhi di lettori e addetti ai lavori. Il problema è che questo mio nome non è solo mio. Tra i tanti Marco Drago che vivono e lavorano in Italia ce n'è uno che dell'editoria è un pezzo grosso, ma grosso davvero. Attualmente è «presidente emerito» del gruppo De Agostini ma per anni è stato il presidente vero e proprio, il manager a capo di una holding importantissima e cosa più importante di tutte in questo caso «Amico della domenica» del Premio Strega.Ovviamente qualcuno crede che io sia lui e che lui sia io, può succedere, con le dovute proporzioni lavoriamo nello stesso settore. La questione diventa seccante quando comincia la stagione in cui gli editori vanno letteralmente in calore, e cioè la stagione del summenzionato Premio Strega, un periodo in cui l'editore si trasforma in piazzista e trascorre intere giornate al telefono a esaltare il proprio romanzo in concorso ad annoiatissimi giurati.In quasi trent'anni non è mai passato un anno, dico mai, in cui il sottoscritto non abbia ricevuto telefonate, sms, messaggi whatsapp, mail o approcci corpo-a-corpo da editori che credevano che l'«amico della domenica» fossi io. È successo con editori amici, editoriche fino a quel momento non mi avevano mai degnato di attenzione, editori con cui in passato avevo litigato furiosamente, chiunque. Perfino l'editore che all'epoca mi aveva sotto contratto mi ha mandato un plico di rassegna stampa (peso: 10 kg) e una lettera affettuosa del capo ufficio stampa.Una volta ero in Vespa e mi chiamò al telefono la segretaria personale del direttore editoriale di una casa editrice prestigiosissima. Non stavo guidando io, quindi risposi con tanto di frastuono motore più vento in faccia a fare da sottofondo. Urlai «Pronto?» e questa segretaria molto educata mi annunciò che il direttore editoriale aveva piacere di parlarmi. Io le dissi che avrei volentieri esaudito quel desiderio una volta che fossi sceso dalla moto. Secondo me la signora aveva già un po' capito che qualcosa non quadrava: che ci faceva un «amico della domenica» a capo di un gruppo editoriale da qualche milione all'anno in moto? Rinviai dunque la telefonata di dieci minuti. Inutile dire che il direttore editoriale non richiamò mai e che probabilmente la segretaria dovette cercarsi un altro lavoro.Mi sono anche divertito, quando dell'umore giusto, a stare al gioco e ad assicurare il mio voto al malcapitato di turno. La maggior parte delle volte, però, mi prendo la maligna soddisfazione di lasciar finire il discorso al mio interlocutore, che spesso non manca di condire la telefonata di elogi alla mia scrittura («Ho sempre letto i tuoi libri con grande piacere» - Ma quando mai?) per sfilargli il tappeto sotto i piedi non appena pronuncia la fatidica frase: «Se dovessi votare il mio autore te ne sarò eternamente grato» Alla rivelazione dell'abbaglio, segue spesso un pietosissimo attimo di silenzio che per me corrisponde all'acme del godimento e un farfugliamento il più delle volte venato di risentimento (perché mai, poi?).Circa dieci anni fa scrissi un brevissimo pezzo per Vanity Fair in cui raccontavo questa stessa storia e un paio di giorni dopo ricevetti la telefonata della segretaria personale (dev'essere una consuetudine, questa delle segretarie personali) nientemeno che del presidente del gruppo De Agostini. Colpo di scena da labirinto borgesiano: Marco Drago che chiama Marco Drago per parlare del fatto di chiamarsi Marco Drago. Fu molto simpatico, si scusò per tutte le seccature che l'equivoco mi procurava ogni anno e - mi pare di ricordare - disse anche qualcosa sul fatto che leggere i libri dello Strega non fosse proprio il primo dei suoi pensieri quando si alzava al mattino. Come dargli torto? Convenimmo anche sul fatto che un mio ingresso nell'esclusivo novero degli «Amici della domenica» avrebbe risolto il pasticcio, evitando inutili imbarazzi agli amici editori.











