«Il governo italiano aveva l’obbligo di cooperare con la Corte penale internazionale nell’esecuzione del mandato di arresto emesso contro Osama Almasri? E se sì, questo obbligo è stato violato?». A chiederselo, tra i tanti, è anche la Corte europea dei diritti dell’uomo, che ieri ha notificato al governo due ricorsi contro l’Italia presentati da due presunte vittime del boia libico, e ha chiesto conto all’esecutivo di quanto accadde a gennaio 2025, quando Almasri fu rimpatriato a Tripoli su un volo di stato nonostante il mandato spiccato nei suoi confronti.

I DUE RICORSI sono stati presentati negli scorsi mesi ai giudici di Starsburgo da due migranti che hanno raccontato di essere stati prigionieri di Almasri negli ultimi anni. Per questo hanno visto nella decisione italiana una lesione di due dei loro diritti fondamentali sanciti nella Convenzione europea dei diritti dell’uomo: il diritto alla vita (articolo 2), la proibizione della tortura (articolo 3) e della schiavitù (articolo 4). Il primo è un uomo proveniente dal Sud Sudan: fuggito dal paese nel 2018, è arrivato in Libia dove è stato fatto prigionero a Triq al-Sika e poi trasferito nel carcere di Al-Jadida, uno dei centri gestiti da Almasri e dalla milizia «Rada».