Ciò che conta è la presenza dei peacekeepers Unifil sul terreno che garantiscono non solo di riportare le violazioni, ma che rendono noto come deve essere implementata la risoluzione 1701. Poi, da ambo le parti, la narrativa ha un valore diverso rispetto alla realtà», spiega il generale di divisione Diodato Abagnara, Capo missione e comandante di Unifil in LibanoLa Forza di interposizione delle Nazioni unite in Libano nasce nel 1978 (Risoluzione 425 e 426) a seguito della prima invasione di Israele del Libano, con l’obiettivo di contribuire al ripristino della pace e della sicurezza internazionale, di confermare il ritiro delle forze israeliane, e fornire assistenza al governo libanese per ristabilire la propria autorità e controllo dell’area. Dopo il ritiro israeliano nel 2000 venne tracciata la Linea Blu nel Libano meridionale, una linea di demarcazione temporanea (non un confine internazionale definitivo); il mandato fu rafforzato dopo la guerra del 2006, dalla Risoluzione 1701 che rimane tuttavia una missione di capitolo VI, con un uso limitato della forza, in funzione difensiva. Unico strumento internazionale presente sul territorio, cosa accadrà ora che la Risoluzione 2790 del 2025 ha stabilito la cessazione delle operazioni Unifil per il 31 dicembre del 2026, con un ritiro completo nel corso del 2027? Ne parliamo a Beirut con il generale Abagnara.Nei diversi ruoli che lei ha ricoperto in Libano, ha sviluppato una vasta conoscenza operativa con i principali stakeholder militari e politici, israeliani e libanesi. Quali gli insegnamenti tratti?«In questi anni in Libano ho apprezzato due aspetti fondamentali. La grande resilienza del popolo libanese, la capacità di guardare avanti e di far fronte a determinate situazioni certamente tragiche. Io sono ufficiale dei carristi in cavalleria e dico che “vanno con il cuore oltre l’ostacolo”. In secondo luogo, è vero che la tensione a Beirut e nel Paese esiste, e in certi momenti il multi confessionalismo può essere visto come un elemento che frammenta, ma in altri è una forza che unisce i libanesi per poter reagire nelle situazioni più difficili».Che ruolo ha Unifil nel supportare lo Stato libanese nel disarmo di Hezbollah?«A partire da settembre 2025 abbiamo supportato le Laf (Lebanese armed forces) per il ritrovamento di armi e munizioni a piccolo e medio raggio. Attività che abbiamo svolto con costanza quotidiana. Le Laf da dicembre hanno un dispiegamento di 10.000 unità sul terreno. La loro capacità sarà fondamentale quando Unifil avrà esaurito il mandato. Da soldato posso dire che loro sono un’ istituzione che ha credibilità nel Paese ma è fondamentale che venga fornito loro il supporto internazionale necessario per poter svolgere il loro ruolo».Lei ha dichiarato che Unifil supporta la pace, ma non può imporre la pace. Cosa intende? E qual è il morale tra i peacekeepers dopo la perdita di 6 caschi blu?«Unifil non ha un mandato per poter disarmare Hezbollah o per poter respingere qualsiasi avanzata in territorio libanese dello Stato d’Israele. Si tratta di un mandato di dialogo e supporto alla popolazione civile non “l’imposizione della pace”. Nonostante le difficoltà, il morale delle truppe è alto. Noi siamo presenti sul territorio per ricordare a tutti che la pace è un obiettivo che va perseguito, non è un concetto astratto. Abbiamo cercato di mitigare i rischi che tuttavia rimangono, ma siamo qui per supportare il Libano per raggiungere la stabilità e la pace in maniera equa ed imparziale, aspetto non sempre facile. Il carattere imparziale, pur essendo sul territorio libanese, è una prerogativa fondamentale, e sinonimo di credibilità con entrambe le parti».Quali altri funzioni svolge Unifil alla Linea Blu oltre a quello di monitoraggio?«Per quanto riguarda le operazioni condotte oltre a quelle di monitoraggio, sminamento e di assistenza alle Laf, offriamo supporto alla società civile: siamo impegnati nella consegna di tonnellate di generi alimentari, farmaci e beni di prima necessità. In passato si sono riparate numerose strade ed altre infrastrutture nel Sud del Paese».Qual è stato il contributo dell’Italia alla missione Unifil?«È importante ricordare il riconoscimento da parte delle Nazioni unite delle capacità delle truppe italiane, ma anche del loro senso di umanità. L’Italia contribuisce con circa 1.200 uomini e donne alla missione e fornisce 374 mezzi terrestri e 6 aeromobili. Nei villaggi colpiti dal conflitto vedo negli occhi dei pochi rimasti una speranza data non solo dalla bandiera delle Nazioni unite che rappresenta il primo passo tangibile verso pace e stabilità ma vedere poi, nell’ambito della bandiera Onu, la bandiera italiana significa credere che quella speranza possa realizzarsi. Quello che in particolare unisce i peacekeepers italiani non è solo essere buoni soldati ma essere soldati con umanità».Quali saranno le maggiori criticità nel momento in cui ci fosse il ritiro totale di Unifil, previsto per il 2027?«A oggi la missione di carattere operativo terminerà il 31 dicembre 2026. Si attendono nuovi sviluppi dalle Nazioni unite, di concerto con il governo italiano. Fino a ora Unifil non ha arretrato, abbiamo mantenuto le posizioni e tutte le basi come prima dell’ultimo conflitto. Questo rappresenta un aspetto prioritario perché siamo l’unica entità presente al Sud, non solo in termini di verification role ma proprio come presenza sul terreno. E per fare tutto questo bisogna essere sul terreno. La mia preoccupazione più grande è che ci sia un vuoto in termini di sicurezza dopo il ritiro di Unifil».