di
Elvira Serra
Lo slogan è un puro nonsense, diventato virale grazie al tredicenne Maverick Trevillian. Gli esperti: è un codice di riconoscimento. E le aziende ne approfittano
Se digitate su Google le parole «six-seven», sul monitor sbucherà una serie di contenuti. Di diverso dal solito, però, c’è che lo schermo per qualche secondo ballerà. Effetto mal di mare assicurato. Colpa (o merito) del «6-7», «six-seven» in inglese, fenomeno che sta spopolando tra la generazione Alfa (i nati dal 2010 a oggi). Ragazzini di ogni Paese provano un gusto ingiustificato a pronunciare queste due parole con la mimica dei due piatti della bilancia che si alzano e si abbassano. Il tormentone è arrivato perfino in Vaticano. Il 16 maggio, durante l’incontro di Leone XIV con 600 cresimandi di Genova, un gruppo di adolescenti, incoraggiato dal prete influencer don Roberto Fiscer, ha salutato il pontefice al grido di: «Six-seven!», agitando i palmi delle mani. Il Papa, dopo un momento di perplessità, ha replicato imitando il gesto. Il «meme», come usa dire dei piccoli video che diventano virali, ha fatto il giro del mondo. E il 23 maggio, ad Acerra, Prevost ha replicato il saluto sulla Papamobile.
Non c’è più religione? Manteniamo la calma. E andiamo alle origini del fenomeno. Inutile avventurarsi nella ricerca di possibili significati. Per la sociolinguista Vera Gheno si va dal «vabbè» a «ok» a «nessun significato». Una cosa pare certa: gli studenti hanno capito il potenziale diabolicamente snervante del tormentone. Basta che un ingenuo docente chieda di aprire il libro a pagina 67, e giù risatine, con lo slogan del demonio urlato in faccia al prof. Non a caso l’irriverente cartoon South Park ha dedicato un intero episodio all’irruzione a scuola della setta dei seguaci del «6-7».






