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Ha preso il via a mezzogiorno di un caldo giovedì romano – il primo della stagione da allerta meteo rossa – la conferenza dei servizi preliminare chiamata a valutare il progetto della Lazio per lo stadio Flaminio, impianto comunale che versa in stato di abbandono da oltre dieci anni. Per trasformarlo nella casa dei tifosi biancocelesti, la società ha annunciato un investimento di 480 milioni di euro e soluzioni architettoniche finalizzate ad aumentare la capienza fino a 50 mila posti, garantendo il rispetto del disegno di Antonio e Pier Luigi Nervi. Ma proprio i vincoli che insistono sullo stadio rischiano di essere lo scoglio più difficile da superare in questa fase dell’iter, dove bisogna ottenere anche il parere favorevole, con prescrizioni o meno, della Soprintendenza statale.

Le probabili «scintille» burocratiche, però, sono rimandate. La seduta di ieri - durante la quale ha preso la parola anche il patron della Lazio Claudio Lotito, che ha ribadito il valore aggiunto che la riqualificazione del Flaminio rappresenterebbe per l’intera città - è stata infatti più che altro introduttiva e non si è entrati nel merito di nodi specifici. È emerso inoltre che non verrà approfondito in questa sede (perché non è previsto dall’iter) il Piano economico-finanziario redatto dalla Lazio, documento che affronta la sostenibilità dell’opera e le fonti di finanziamento. Sarà Roma Capitale a occuparsene, a latere della conferenza e probabilmente con il supporto di enti specializzati, mentre trapela già la possibilità che nei prossimi giorni gli uffici comunali chiedano alla società biancoceleste alcune specificazioni sul contenuto del Pef. La Lazio potrebbe dover argomentare meglio le voci relative a costi e ricavi, spiegare come si arriva ai numeri riportati nelle tabelle.