La Corte suprema spagnola ha dato ragione a Shakira e il fisco iberico dovrà restituirle 55 milioni di sanzioni fiscali. La sentenza stabilisce che nel 2011 la cantante colombiana non era residente legale in Spagna ma in tour mondiale e usava le Bahamas come paradiso fiscale. Una vittoria personale per l’artista e una sconfitta collettiva per l’idea che i ricchi debbano pagare le tasse dove generano reddito e godono dei servizi pubblici e delle infrastrutture che hanno reso possibile la creazione di valore.

Il caso Shakira condensa in una vicenda giudiziaria uno dei paradossi costitutivi dell’Unione europea, quella di voler essere un mercato unico, con una moneta comune, ma privo di sovranità fiscale collettiva. Situazione perfetta affinché i capitali e i patrimoni circolino liberamente tra Stati membri che competono al ribasso sulle aliquote per attirarli, mentre i lavoratori pagano proporzioni crescenti del gettito necessario per mantenere quelle infrastrutture collettive che permettono ai capitali di generare valore.

La sentenza spagnola conferma il diritto del capitale di scegliere dove non pagare. Shakira, come migliaia di sportivi, artisti, manager e rentier di vario tipo ha ottimizzato la propria residenza fiscale spostandola in giurisdizioni favorevoli. Il regime fiscale diventa un bene che si compra dove costa meno, mentre l’Ue si lamenta dei paradisi fiscali solo quando non sono i suoi. Irlanda, Paesi Bassi, Lussemburgo, Cipro e Malta sono un arcipelago di paradisi fiscali interni, dove gli Stati competono per ospitare sedi legali che spostano profitti sottraendoli al fisco dei paesi dove questi vengono generati.