Un paio di settimane fa, in seguito alla crisi dello stretto di Hormuz, la premier giapponese Takaichi Sanae aveva dichiarato pubblicamente che il suo paese dispone di riserve di nafta e dei relativi derivati petrolchimici sufficienti a coprire il fabbisogno nazionale oltre la fine di questo 2026. Le cose non sembrano stare, però, proprio così e negli ultimi giorni nel paese asiatico la dipendenza da materiali importati dal Medio Oriente si sta facendo sentire sempre di più.
Contenitori di plastica spariscono da coltivazioni fruttifere, il prezzo dei diluenti per vernici è quasi raddoppiato, i sacchetti di plastica usati per i rifiuti stanno sparendo da alcuni supermercati, un atteggiamento fomentato dalla paura di rimanerne senza, e più in generale la carenza di plastica sta mutando le strategie di molte aziende. Ma c’è un altro campo in cui la dipendenza da materiali derivati dal petrolio si sta facendo sentire, quello dei manga. Il conflitto in Iran e il blocco dello stretto hanno infatti fatto salire alle stelle i costi delle materie prime necessarie per la stampa dei fumetti giapponesi.
COME RIPORTATO dal sito specialistico Animenomics e da altre testate giapponesi, molti dei volumi cartacei hanno spesso copertine lucide e a colori realizzate con una pellicola di polipropilene, un prodotto plastico derivato dalla nafta. Non solo molte case editrici e tipografie utilizzano questi derivati del petrolio come materia prima per stampare, ma ha trovato molto spazio nel panorama mediatico anche la decisione di uno dei più grandi produttori di patatine giapponesi di sospendere temporaneamente la stampa a colori sulle confezioni dei suoi prodotti e di stampare invece tutti i suoi pacchetti in bianco e nero. Per trovare un parallelo a quanto sta succedendo, bisogna tornare nel biennio 1973-74, periodo cruciale nella storia recente dell’arcipelago quando la stagione delle oceaniche proteste cominciò a ritirarsi e quando il paese asiatico fu colpito da una epocale crisi energetica.












