Uno dei segni più preoccupanti della crisi odierna dello Stato è rappresentato dalla tendenza di alcuni corpi dello stesso Stato a costituirsi come gruppi di pressione nei confronti del Parlamento e del governo. Così istituzioni che sono parte dello Stato operano allo stesso modo di associazioni ed altri organismi privati. Che gli interessi privati, e che quelli che li rappresentano nello spazio pubblico, cerchino di influenzare decisioni collettive è normale perché la politica riguarda sia opinioni, sia interessi, e perché l’interazione tra esecutivo statale e società si nutre di ambedue.

Se, invece, istituzioni pubbliche che sono parte della macchina statale cercano di influenzare decisioni collettive che spettano al Parlamento e al governo, si producono due anomalie. Perché questi organismi svolgono così una funzione privata utilizzando la veste pubblica: rappresentano gli interessi del corpo e non l’istituzione. E perché la loro azione inverte il rapporto fisiologico tra chi prende decisioni collettive e chi deve dare ad esse attuazione, tra chi approva la legge e chi è chiamato a interpretarla ed attuarla. A queste anomalie se ne aggiunge una terza quando componenti di questi corpi svolgono la funzione di consiglieri del governo, e finiscono così per trovarsi in conflitto di interessi: da un lato, operano come «grands commis» al servizio del governo, dall’altro si oppongono all’attuazione di leggi che lo stesso governo ha proposto.