L’emergenza sanitaria internazionale dovuta all’epidemia di Ebola Bundibugyo continua a destare forti preoccupazioni: diversi fattori infatti, come la mancanza di vaccini o di cure specifiche e il contesto instabile, rendono questa epidemia diversa da quelle che le stesse regioni hanno affrontato in passato.
"16 volte questo Paese ha sconfitto l'Ebola. La diciassettesima non sarà diversa, ma dobbiamo agire adesso, insieme". Con queste parole il direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms), Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha annunciato questa mattina in un post su X di essere partito per la Repubblica Democratica del Congo (RDC), dove è attualmente in corso una grave epidemia di Ebola dovuta al virus Bundibugyo. Il 16 maggio l'Oms ha dichiarato l'emergenza sanitaria internazionale: anche se non implica il rischio pandemico, rappresenta il livello massimo di allerta internazionale.
Sebbene in passato queste stesse regioni abbiano già affrontato precedenti focolai di Ebola, questa volta la situazione è aggravata da diversi fattori. "La DRC orientale ora affrontando una collisione catastrofica di malattie e un conflitto con l'epidemia di Ebola nella provincia di Ituri che supera la risposta", aveva scritto ieri Ghebreyesus. Oltre alle difficoltà dovute al contesto geopolitico e sociale – si teme infatti che i tradizionali riti funebri possano moltiplicare i contagi – il virus stesso responsabile dell'epidemia pone delle sfide nuove rispetto alle altre specie di virus che possono causare l'Ebola: "Il virus Ebola Bundibugyo non ha né vaccino né trattamento approvato. Fermare questa trasmissione di Ebola – ha detto il direttore dell'Oms – dipende interamente dall'accesso umanitario". Quanto è estesa l'epidemia Anche se la prima segnalazione di un focolaio ad alta mortalità dovuta a "una malattia sconosciuta" nella zona sanitaria di Mongbwalu, provincia di Ituri, è arrivata all'Oms il 5 maggio 2026, è verosimile che i primi casi di infezione dovuti al virus Bundibugyo risalgano a diversi giorni prima. "Secondo il Ministero congolese della Salute Pubblica, dell’Igiene e del Welfare Sociale – spiega Medici senza Frontiere – il presunto primo caso della malattia è stato quello di un’infermiera di età sconosciuta morta il 24 aprile 2026", nella zona sanitaria di Rwampara. Uno dei maggiori problemi dell'attuale epidemia riguarda infatti la difficoltà di stabilire il numero esatto dei contagi e quindi l'estensione del focolaio stesso. Si tratta infatti di informazioni fondamentali per arginare la stessa diffusione del virus.











