Giustizia
Stefano Giordano
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Il 23 maggio, al Teatro Eliseo di Roma, l’Unione delle Camere Penali ha tenuto la sua assemblea straordinaria. Straordinaria nel nome. Ordinaria — anzi, meno che ordinaria — nei fatti. Nessuna registrazione degli atti, nessun congresso vero, nessuna elaborazione degli errori. La giunta confermata per acclamazione. Dal palco, la tesi condivisa: non è il momento di interrogarsi. Freud lo chiamava rimozione: ciò che è troppo doloroso da nominare viene semplicemente sepolto. La parola «sconfitta» è rimasta fuori dalla porta del Teatro Eliseo. E si è tornati a parlare di convegni, di osservatori, di comitati — strumenti che lasciano il tempo che trovano, e qualche carta intestata.
L’avvocatura penalista merita rispetto autentico: in questi anni ha tenuto in vita, quasi da sola, un dibattito sul giusto processo che altrove sarebbe già morto. Ma l’UCPI rischia di essere diventata un hortus conclusus — un giardino ben curato, con mura però troppo alte per parlare con chi sta fuori. La magistratura associata, nel bene e nel male, ha saputo comunicare. L’avvocatura penalista, pur avendo dalla sua le ragioni migliori, è rimasta dentro le proprie mura. E il Paese non ha capito perché dovesse importargliene.






