C’è un problema di metodo che percorre la trattativa per il rinnovo del Contratto nazionale (CCNL) delle Funzioni Centrali 2025-2027. Non è la mancanza di volontà di chiudere: l’obiettivo di arrivare a una sottoscrizione in tempi certi è condiviso da tutti i soggetti al tavolo. Il problema è la tendenza a trattare il contratto come un documento tecnico da aggiornare, piuttosto che come uno strumento di indirizzo per la pubblica amministrazione.

L’incontro del 6 maggio all’ARAN (Agenzia per la rappresentanza negoziale delle pubbliche amministrazioni) ha confermato questa impressione. La nuova bozza contiene alcune novità apprezzabili — l’estensione dei permessi per le visite al medico di base, una maggiore chiarezza sui congedi parentali, l’inclusione del pendolarismo tra i criteri per la flessibilità oraria — ma continua a rinviare le questioni strutturali.

Il nodo dell’ordinamento professionale ne è l’esempio più chiaro. L’area delle Elevate Professionalità esiste nel contratto precedente ma non è ancora realmente operativa. L’area dei funzionari — la più ampia per numero di dipendenti contrattualizzati — è disciplinata da una declaratoria unica che non distingue chi ha sviluppato competenze specialistiche da chi svolge mansioni di base. È un appiattimento che scoraggia la professionalizzazione e che rende difficile per le amministrazioni trattenere chi vale. Non è un problema marginale: è uno degli ostacoli più concreti alla qualità dei servizi pubblici.