I gemelli Philippou, Curry Barker e ora Kane Parsons: il cinema mainstream si rivolge sempre più spesso al bacino creativo degli Youtuber in cerca di talenti dell’orrore. Non è affatto una brutta mossa, perché anche quest’ultimo artista emergente, appena sbarcato in sala con Backrooms, si conferma una grande rivelazione. Come gli autori di Bring Her Back sono ossessionati dai concetti di lutto e dolore e il creatore di Obsession è immerso nel nichilismo sociale, Parsons è attratto dal surreale: potrebbe essere l’erede di Lynch, sicuramente è già un enfant prodige (ha vent'anni). Backrooms è un horror liminale e un elevated horror, ma anche un racconto di fantascienza, del tipo metafisico che evoca Tarkovskij e Solaris. Facciamo un passo indietro: intorno al 2019 su 4chan compare la prima immagine di una stanza illuminata, dalle pareti gialle, la prima di un numero indefinito di stanze spoglie o sinistramente arredate che diventeranno le Backrooms di Parsons. Sedicenne all'epoca del primo episodio da lui creato, Kane espande il creepypasta, trasformando il labirinto di ambienti nella manifestazione di una distorsione spazio-temporale dove alcuni scienziati si aggirano nel tentativo di comprenderne la natura.Delle origini del misterioso Complesso saprete già tutto se frequentate il canale del regista su YouTube, ma qui preferiamo lasciarvi all’oscuro. Negli episodi, prevalentemente antologici, i protagonisti sono i membri dell'organizzazione Async che esplorano gli ambienti o malcapitati che li visitano accidentalmente. Nel film, invece, l’architetto Clark (Chiwetel Ejiofor) svanisce all'interno di una fessura rinvenuta nel seminterrato del suo negozio di mobili. La sua psicoterapeuta, Mary Kline (Renate Reinsve), entra nel complesso per cercarlo. Più tardi, appare Phil (Mark Duplass), uno scienziato della Async la cui funzione è quella di collegare il film al lore online e reindirizzare la pellicola verso il genere Sci-fi. In questo trittico la prima parte indaga le sorti dei protagonisti, la seconda esplora la struttura alienante e labirintica delle stanze e la terza si concentra sulla natura delle backroom. Parsons dimostra una mirabile padronanza dell'estetica: il paesaggio architettonico degli ambienti spogli illuminati in modo asettico nei toni del giallo assume un aspetto surreale e sinistro quando ci si imbatte in stanze dove mobili e oggetti si fondono con i pavimenti o nelle pareti.Sembra di essere in uno di quei sogni che non finiscono mai delle nostre notti più tormentate, dove si vaga senza meta sentendosi intrappolati in un non-luogo che appare familiare ed estraneo al tempo stesso, e “sbagliato”, il risultato di come il subconscio replica i luoghi che frequentiamo di giorno ma in modo leggermente deformato. Lì, dietro ogni angolo, si celano cose orribili - le manifestazioni del nostro dolore e dei nostri traumi - di cui percepiamo la presenza e che temiamo. L’aspetto più intrigante del film è probabilmente l'intraprendenza autolesionista dei suoi personaggi: i protagonisti non sono perseguitati dall’orrore, sono loro stessi ad avanzare, una stanza dopo l’altra, verso di lui. Lo fanno senza essere spinti dalla promessa di una ricompensa, senza la garanzia di un'uscita, come accade invece in Exit 8. Sebbene, a differenza di quest'ultimo, non è tratto da un videogioco, Backrooms è impostato come un game in prima persona, dove noi vediamo attraverso gli occhi dei protagonisti. Disorientante e infinito, lo spazio si adatta all'ospite, attingendo alla sua psiche e ricordi. Privo tuttavia della capacità di comprenderle appieno, li usa per creare repliche distorte, come quando chiediamo all’intelligenza artificiale di dar forma alle immagini che le suggeriamo con esisti grotteschi, o come in uno dei quadri di Francis Bacon tanto amati da David Lynch.Il risultato è un’architettura insensata, assurda, disturbante immortalata nello stile stile dei found footage girati in Super8, ma con lo stile analogico e sgranato delle Vhs degli anni ‘90. Nella serie, la colonna sonora prende le distanze dalle tipiche sonorità horror per accompagnare le escursioni dei personaggi con musiche da centro commerciale, come se il malcapitato si aggirasse tra un ambiente e l’altro di un gigantesco outlet nel quale è rimasto chiuso di notte. Nel film, l’impianto sonoro è meno bizzarro ma l’orrore si basa ampiamente su quello che si “sente”, ovvero urla e rumori sinistri che annunciano la presenza di creature terrificanti. L’intuizione che i mostri non siano autoctoni ma piuttosto aberrazioni umane trasfigurate dalla follia e dalla protratta permanenza nel labirinto aggiunge il tassello di paura più efficace. Il finale, volutamente aperto, lascia molto in sospeso, proiettato verso chissà quanti sequel. Se il primo capitolo si pone come un horror psicologico metafora sui traumi personali, le reiterazioni successive promettono di esplorare le implicazioni fantascientifiche del Complesso, e lì le cose si faranno ancora più interessanti.