ROMA Una lite furibonda. Chi ieri mattina era a Palazzo Chigi racconta che nei corridoi, anche a voler esser discreti, non si poteva fare a meno di captare toni su di giri di diversi decibel. Guido Crosetto versus Giorgia Meloni: un testa a testa di fuoco tra o due cofondatori di Fdi che, quando hanno qualcosa che non va, certo non se le mandano a dire. Sarà che è una vita che camminano l'uno di fianco all'altra. Resta alla storia la foto in cui lui, gigante di due metri, la solleva di peso per festeggiare la nascita del partito di via della Scrofa. Partiti da numeri con lo zero davanti, sono riusciti nell'impresa titanica di conquistare la guida del paese. Ma è cosa nota che i rapporti tra i due in questi anni di governo abbiano vissuto momenti altalenanti, tra salite e discese. Stavolta ad allontanarli - e a portarli al muro contro muro di ieri- le spese per la difesa che l'Italia dovrà sostenere.

Gli impegni L'impegno assunto in sede Nato lo scorso anno, su pressione di Donald Trump, prevede che i soldi da investire in armi, munizioni, droni e via discorrendo lievitino al 5% del Pil per gli alleati entro il 2035. Una delle ragioni che ha spinto Roma lo scorso luglio ad opzionare la possibilità di attingere ai fondi Safe, il prestito a tassi agevolati che l'Ue ha messo a disposizione dei Paesi membri per investire sulla difesa. L'Italia dovrebbe attivare il prestito - il "tesoretto" per Roma ammonta a 14,9 miliardi - ma in una lettera dei giorni scorsi indirizzata alla presidente della Commissione Ursula von der Leyen, la premier ha espresso chiaramente la sua posizione: la deroga al Patto di stabilità va estesa anche alle spese per la crisi energetica o l'attivazione del programma SAFE è a rischio. Perché rispetto a luglio, quando Roma aveva dato disco verde, qualcosa è cambiato: è scoppiato una guerra che ha ridotto alla paralisi un braccio di mare da cui transitava il 20% del petrolio mondiale. Crosetto nei giorni scorsi aveva resto noto di aver scritto al Ministero dell'Economia Giancarlo Giorgetti ben due lettere per capire cosa intendesse fare il Mef sul Safe, non ottenendo risposta. Anche da qui la frustrazione, ormai diventata rabbia, che ieri il responsabile della Difesa - partito subito dopo la riunione e per una missione che lo dovrebbe tenere fuori fino a venerdì - ha sfogato, dicendo chiaro e tondo alla premier che così per lui non va. Meloni, come ha ricordato martedì alla platea di Confindustria, sulla difesa non ha cambiato idea. La considera una priorità, ma è scalata in una lista messa a soqquadro dalla guerra in Iran. «La difesa è libertà», ha rimarcato del resto lei stessa nell'intervento all'assemblea degli industriali, ma se non si tende la mano ad imprese e famiglie "non resterà nulla da difendere". Tradotto in soldoni: prima viene l'emergenza rincari, per frenare il prezzo di carburanti e bollette ormai alle stelle, e poi tutto il resto. Un ragionamento che non sembra affatto convincere il suo ministro. Indispettito anche per una narrazione che rischia, a suo avviso, di gettare ombre sulla necessita di aprire i cordoni della borsa per spendere in sicurezza.«Chi pensa che investire in difesa sia uno spreco di risorse pubbliche - ha detto proprio ieri, in un videomessaggio all'assemblea di Confindustria Brescia - non fa un'analisi corretta e non guarda nella giusta prospettiva. Come ho avuto modo di dire, chi non condivide la necessità di considerare una Difesa forte, lavora inconsapevolmente contro l'Italia, contro il futuro dei nostri figli». Basta leggere le dichiarazioni per capire che i due, in questa fase, non sono sulla stessa lunghezza d'onda. Ieri a Palazzo Chigi pare lo abbiano capito anche i muri.