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Erika Dellacasa

Nella frazione di Sori (Ge) era rimasta una sola abitante. Ma da qualche tempo è cominciato il rientro dei liguri (e non solo) anche come scelta di vita comunitaria. La Società operaia dal 1913, uno statuto sull'aiuto reciproco. Le foto di Anna Maria Guglielmino e dei suoi allievi in mostra

Alle cinque cominciano ad arrivare alla Società Operaia alla spicciolata. La giornata è luminosa tra il verde della collina e il mare in lontananza. «Questo è un posto bellissimo» dicono: non ci vogliono tante parole per spiegare perché sono venuti a vivere qui, anche se gli altri chiedono come fanno, lontano dalla città, in una piccolissima frazione in cima a una strada tortuosa, senza negozi, neanche un bar, la scuola a fondo valle. «Non siamo mica così lontani» rispondono convinti. Basta abituarsi. Levà è l’ultima frazione di Sori, nel Tigullio, quella più in alto. Si chiama Levà, spiegano, perché qui si leva il sole e loro lo vedono prima di tutti, appena albeggia. Levà come Levante, con parsimonia ligure anche nelle sillabe. Levà ha condiviso la storia di molti piccoli paesi dell’entroterra, si è spopolato lasciando a presidio un pugno di anziani. Poi è successo qualcosa. Le persone hanno cominciato a tornare, o ad arrivare. Due infermieri, un meccanico con due bambini, due psicologi, un’apicultrice, un ingegnere, un biologo, un giornalista, una parrucchiera, un cuoco e avanti così, uno dopo l’altro. Hanno aggiustato le case rimaste chiuse per anni. Adesso a Levà convivono una sessantina di persone, compreso chi è tornato con i capelli bianchi. È nata una comunità. Ed ora, un pomeriggio di primavera, si sono dati appuntamento alla Società operaia fondata nel 1913, la protagonista silenziosa di questa storia.