«Cantautore, artista, domatore di elefanti» recita, in tono ironico rifacendosi a un videoclip del 2008, una targa apparsa spontaneamente nel quartiere Barona, periferia nella zona sud di Milano. A mancare è la dicitura «rapper» proprio perché, come ci vuol raccontare il documentario diretto di Pippo Mezzapesa, nella sua carriera ormai ventennale Marracash è riuscito a trascendere la provenienza di strada per poter arrivare a tutti – senza però mai dimenticare le umili origini siciliane. Sarebbe difficile definire King Marracash – in vetta al box-office nei tre giorni evento in sala, tanto che ne è stata prolungata la permanenza, poi in streaming su Disney + – solo come un documentario musicale. La struttura narrativa che ci presenta prosegue indietro nel tempo, nell’infanzia e nelle prime esperienze, ma soprattutto in profondità, nella vita, nei traumi e nelle ansie di Fabio Rizzo, nome di battesimo del rapper di Barona. Che con l’album del 2019 – poi disco di diamante –, Persona, spiega di aver ricominciato da zero, in un percorso alla scoperta delle proprie fragilità e insicurezze.
CHI CONOSCE Marra sa che non possiede un animo estroverso e che, se non attraverso le canzoni, difficilmente si renderà vulnerabile o visibile. E anche per questo motivo il lavoro di Mezzapesa acquista valore, perché in un certo modo riesce a scalfire il duro muro di roccia tra artista e umano. Certo la musica, le rime, i concerti sono una parte fondamentale nella composizione del ritratto dell’artista milanese, ma occupano un ruolo volutamente marginale, come di chiusura a quei raccordi e a quelle domande che il racconto in prima persona lascia sospese. King Marracash si apre e si conclude con dei concerti.











