Tutti, oggi, sembrano riservarmi la stessa premura: ricordarmi che Novak Djokovic ha giocato un’inezia dagli Australian Open in poi. Quattro partite a Indian Wells, poi il ritiro a Miami ancora prima di cominciare, le rinunce a Monte Carlo e Madrid, la sconfitta contro Dino Prizmic al secondo turno di Roma, l’ultimo no-show a Ginevra. Pur nella fiducia che un vetusto djokoviciano come me assicura a Nole, devo ammettere che è poco. A Parigi, due giorni fa, s’è concretizzata la sua prima vittoria sulla terra rossa del 2026, comunque assai sofferta, ai danni del francese Giovanni Mpetshi Perricard. Oggi, sul Philippe-Chatrier contro Valentin Royer, un altro francese di 24 anni, numero 74 del mondo, che il pubblico vorrebbe vedere far saltare il banco, mi rendo conto che bisogna dargli del tempo.
Il sorriso di Djokovic al termine del match contro Royer (reuters)
Solo il tempo, infatti, può scalfire l’ostinazione di Novak a puntare ad almeno un altro titolo slam, il venticinquesimo, per blindare il record assoluto che già gli appartiene. La sua prima partita in un torneo ATP risale al luglio 2004, sul rosso di Umago, in Croazia. Numero 368 del mondo, il serbo diciassettenne, arrivato in tabellone dalle qualificazioni, fu eliminato in due set (7-6 6-1) da Filippo Volandri, allora numero 65. Il tempo trascorso da quel giorno si misura in 1163 vittorie e 233 sconfitte in singolare, in 101 titoli ATP in singolare, in 428 settimane al numero 1 ATP, in oltre 90 successi in ciascuno slam, in 40 Masters 1000 vinti, in 7 ATP Finals, nell’oro olimpico a Parigi 2024. Pur avendo fatto bene su ogni superficie, la terra rossa non è la sua preferita. Ma lui ci proverà qui a Parigi, poi sull’erba di Wimbledon, infine a New York. Poi, alla soglia dei quarant’anni, deciderà se andare avanti o no.













